No, la nuova austerità non è colpa delle guerre. Qualcuno ha fatto male i conti
Dopo la sconfitta nel referendum costituzionale, un’altra tegola è caduta in testa al governo Meloni. Eurostat ha sancito che non possiamo uscire anticipatamente dalla procedura europea di deficit eccessivo perché il debito annuale ha superato nel 2025, anche se di poco, il limite europeo del 3%, attestandosi al 3,1%. Viene in mente il motto dell’asso si coppe: per un punto Martin perse la cappa. Ma qui non giochiamo a briscola o a scopa, essendo la posta ben diversa.
Generosamente la premier ha scaricato la responsabilità del piccolo, ma significativo, disastro contabile, perché di questo di tratta, sulla sorte maligna e sull’ex-premier Conte, salvando stranamente Mario Draghi. Sulla sorte, perché ha osservato come negli anni precedenti i calcoli preliminari dell’Istat avevano sempre sottostimato la crescita del Pil, e sperava anche quest’anno in un piccolo colpo di fortuna finale, che non si è verificato. Poi, scendendo nella polemica politica, la croce della responsabilità è sempre buttata sulle spalle del governo Conte, reo con il suo super bonus edilizio di aver appesantito le finanze pubbliche, tesi peraltro tutta da dimostrare, anche se quel premio edilizio aveva cento e uno difetti. La premier però ha la memoria corta perché, per raggiungere il risultato europeo, sarebbe stato sufficiente spostare, per prudenza, di un anno la riduzione dell’aliquota Irpef che è costata tre miliardi, quando per rientrare dalla procedura di deficit eccessivo ne bastava uno. Un errore contabile fatale, quanto evitabile.
Qualcuno ha fatto male i conti allora. Forse il ministro Giorgetti che ci dispensa gustose metafore. In un’intervista si è definito come un medico da campo in battaglia, quando tutti pensavano, me compreso, che lui fosse invece il generale alla guida delle truppe fiscali nostrane. Al ministro non fa certo difetto la modestia, che però né assolve e né giustifica. Guardando le cose a più ampio raggio, le ultime leggi di bilancio hanno provocato, tra condoni, bonus e fiscalizzazioni, almeno 20 miliardi di riduzione dell’Irpef all’anno. Bene per chi ha ricevuto la gratifica fiscale, anche se qualcuno ne sta già pagando il caro prezzo. Solo non si dica, dal governo attuale, che dopo quattro anni di gestione disinvolta dei conti pubblici la responsabilità del fiasco europeo sia colpa dei governi precedenti.
Cosa succede ora? Nulla di drammatico. La tegola finanziaria europea priverà di un po’ di ossigeno il populismo fiscale nostrano, con una perdita quantificabile in 5-6 miliardi nel biennio 26-27. La desta-destra sarà senza soldi proprio all’ultimo giro di boa, cioè prima delle elezioni del 2027. Il Documento di finanza pubblica, primo passo del viatico della legge di bilancio, preannuncia già tagli, riduzioni e sacrifici, magari per far posto all’aumento delle spese militari. E’ facile prevedere che a pagare saranno sempre i cittadini, soprattutto quelli che stanno in basso, con servizi pubblici tagliati o ridotti.
Ma c’è da star sicuri che per la magrissima legge di bilancio del prossimo autunno c’è già pronta una solida giustificazione. Si dirà che i tagli e i sacrifici sono resi necessari dalla crisi internazionale che si è aperta con il nuovo conflitto bellico. Questa crisi servirà allora per coprire le carenze della politica fiscale di questi anni che ha fatto cilecca da molte parti. Sentiremo, abbastanza falsamente e frequentemente, ripetere dalle fonti governative che la nuova austerità è colpa delle guerre, che comunque sicuramente contribuiranno a modo loro.
Ma non dobbiamo essere così pessimisti, almeno se visti nel contesto internazionale. La crisi fiscale italiana non deve apparire così grave se nell’ultima asta di aprile lo Stato ha collocato 14 miliardi di Btp, con una richiesta che ha superato i 193 miliardi, trainata dall’estero. Oggi, per la finanza internazionale l’Italia è un porto sicuro, almeno per tre elementi. Intanto, i rendimenti si sono avvicinati al 4% lordo e quindi risultano molto buoni. In secondo luogo, la politica economica del governo è totalmente in linea con le richieste di Confindustria. Per il capitalismo internazionale il clima politico in Italia è ottimo. Ma soprattutto il nostro debito complessivo non è così preoccupante, come sembra risultare dalle statistiche giornalistiche.
Quello che conta, per determinare la stabilità finanziaria di un Paese, non è solamente il debito pubblico, ma quello complessivo. Quest’ultimo è composto di tre parti: il debito delle imprese, quello dello Stato e quello delle famiglie. Sommando queste tre voci, tra le economie più importanti troviamo in testa il solito Giappone, 372% del Pil, poi vengono la Francia con il 326% e gli Usa con il 264%. L’Italia si colloca dopo la Corea del Sud con il 236%. Quindi non siamo i debitori peggiori a livello internazionale.
Poi c’è un’altra caratteristica, in positivo, che ci distingue. Il nostro debito pubblico è elevato, ma quello delle famiglie è uno tra i più bassi, appena il 36% del Pil. Per fare un confronto, le famiglie francesi e americane sono indebitate quasi il doppio. Quindi, cosa ben nota, la forza finanziaria dell’Italia è la prudenza debitoria delle famiglie. Insomma, il piccolo sforamento comunitario non intacca, per fortuna, la solidità finanziaria dell’Italia.
Mancando di raggiungere la soglia del 3%, l’Italia ha perso un bel gruzzoletto a causa degli errori del duo Giorgetti-Meloni. Poco male, perché il tesoretto sarebbe stato speso populisticamente, aggravando le condizioni future della finanza pubblica. L’errore non consiste solo nello spendere male, ma soprattutto nell’illudere gli italiani con un falso ottimismo economico. Prima si comincia a prendere atto della realtà rimboccandosi le maniche, a partire dal ceto politico, e meglio è.