Due inchieste durate anni, un’imputazione coatta e un anno e mezzo di processo per dire che l’ex governatore della Sicilia Raffaele Lombardo si è macchiato di concorso esterno a Cosa Nostra. A deciderlo il gup di Catania Marina Rizza che ha inflitto all’ex presidente la condanna a sei anni e otto mesi di carcere. Il 18 settembre scorso, l’accusa – rappresentata in aula dai pm Jole Boscarino, Antonino Fanara, Agata Santonocito e Carmelo Zuccaro, coordinati dal procuratore etneo Giovanni Salvi – aveva chiesto dieci anni di carcere per Lombardo, accusato di concorso esterno a Cosa Nostra e voto di scambio. Dopo più di cinque ore di camera di consiglio il gup ha quindi emesso la sentenza di primo grado: cade l’accusa di voto di scambio, considerata assorbita dal reato di concorso esterno alla mafia, per cui Lombardo è invece stato riconosciuto colpevole. Oltre ai sei anni e otto mesi di reclusione l’ex governatore è stato condannato anche ad un anno di interdizione dei pubblici uffici. Il fondatore del Movimento per l’Autonomia aveva deciso di farsi processare con il rito abbreviato. Imputato davanti allo stesso giudice per l’udienza preliminare anche il fratello dell’ex governatore, l’ex deputato del Mpa Angelo Lombardo, che ha però scelto il rito ordinario: per lui il gup Rizza ha ordinato il rinvio a giudizio.

Quella sull’ex governatore della Sicilia è un’inchiesta complessa, in cui politica, clientelismo e mafia sono ingredienti presenti nella stessa misura all’interno di uno spregiudicato cocktail di interessi e potere. Una storia di affari e voti, soldi e favori, che deflagra nel giugno del 2010, quando il nome di Lombardo finisce accostato all’inchiesta Iblis, la maxi indagine della procura di Catania che ha fatto luce sulla mafia etnea e sul business degli appalti, vero file rouge dei rapporti ad alto rischio tra picciotti e colletti bianchi. Sulla testa di Lombardo piovono in rapida successione decine di verbali con gli interrogatori dei collaboratori di giustizia, e centinaia di intercettazioni telefoniche. “Dopo il 2001 l’ordine era quello di votare per il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo. Era un partito emergente e tutti lo appoggiavano, c’erano relazioni abbastanza buone per noi uomini d’onore e se ne avevamo bisogno ci potevamo rivolgere a quel partito per quanto riguardava sia gli appalti sia per altre cose di cui avevamo bisogno in quel momento” è il jaccuse di Maurizio Di Gati, capomafia dell’agrigentino e poi collaboratore di giustizia.

La vicinanza di Cosa Nostra a Lombardo però non emerge soltanto dalle accuse dei collaboratori. Ad inchiodare l’ex presidente ci sono infatti le intercettazioni in cui boss nel pieno del loro potere fanno cenno a presunti accordi siglati con i vertici del Movimento per l’Autonomia. “Ma scusa, ma allora questi voti perché glieli abbiamo dati?” dice il boss Enzo Aiello, ritenuto il capo provinciale di Cosa Nostra, al vertice del clan Santapaola, mentre parla con il geologo Giovanni Barbagallo: è il 20 aprile del 2008 e la sua voce rimane impressa nelle bobine degli inquirenti. Ancora più esplicito è invece il racconto carpito dalle cimici degli investigatori a Rosario Di Dio, considerato il boss di Ramacca. “La sera prima delle votazioni – dice Di Dio mentre è intercettato – avevo la sorveglianza speciale, è venuto qua con suo fratello Angelo, si è mangiato otto sigarette, gli ho detto: Raffaele, ma io che ho la sorveglianza speciale, come ci vado a cercare le persone e andargli a dire … Lo posso fare domani, ormai questa sera è troppo tardi. Domani alle sei di mattina mi metto all’opera, chiami a tuo fratello Angelo, ce ne andiamo a Catania”.

“È l’epilogo naturale di questo processo. Me lo aspettavo. Stamattina l’avevo detto a mia moglie” ha detto Lombardo a caldo, accompagnato dai legali Guido Zaccone e Alessandro Benedetti, dopo che in mattinata aveva annunciato di essere sereno.

Il fondatore del Movimento per l’Autonomia si era dimesso da governatore il 30 luglio del 2012, dopo che il gip Luigi Barone ne aveva disposto l’imputazione coatta. In un primo momento la procura, al centro di roventi polemiche nei mesi precedenti alla nomina di Salvi come successore di Vincenzo D’Agata, aveva richiesto di archiviare la posizione dell’ex governatore, perché non riteneva sufficienti gli elementi raccolti: di segno opposto invece il parere del gip che aveva ordinato l’imputazione forzata per l’ex presidente. Alle ultime elezioni politiche, Lombardo ha mancato l’elezione al Senato e da quel momento non ha più ricoperto cariche pubbliche, lasciando in eredità al figlio Toti un seggio all’Assemblea Regionale Siciliana. Dopo la condanna di oggi la Sicilia raggiunge quindi il triste primato di due ex governatori condannati consecutivamente per fatti di mafia: prima di Lombardo (titolare al momento solo di una condanna in primo grado) era toccato a Cuffaro, detenuto nel carcere romano di Rebibbia dopo che la Cassazione aveva messo il bollo alla pena di sette anni di reclusione scattata per favoreggiamento a Cosa Nostra. La piovra invisibile che dicono essere scomparsa ma che evidentemente annida ormai le sue radici nei palazzi di potere.

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video di Saul Caia e Dario De Luca