Una storia familiare che sfiora la perfezione, un paio di frasi che mettono quasi in dubbio l’esistenza di Cosa nostra e un durissimo attacco ai collaboratori di giustizia. Chi pensava che l’intervista di Porta a Porta a Salvatore Giuseppe Riina potesse essere condita da inedite rivelazioni o almeno da un mea culpa del figlio del capo dei capi di Cosa nostra, è rimasto deluso. Niente richieste di perdono, nessuna assunzione di responsabilità da parte del figlio del boss stragista, che, al contrario, si produce in una difesa totale del genitore, indicato come il suo eroe personale. Ma non solo.

Riina Junior approfitta dello spazio concesso da Bruno Vespa anche per lanciare una serie di messaggi fondamentali tra i ranghi mafiosi. A cominciare dall’esistenza stessa di Cosa nostra, messa in dubbio dal terzogenito di Totò Riina, nonostante abbia alle spalle una condanna definitiva a otto anni e dieci mesi per associazione mafiosa. “Che cos’è la mafia? Non me lo sono mai chiesto, non so cosa sia. Oggi la mafia può essere tutto e nulla. Omicidi e traffico di droga non sono soltanto della mafia”, dice Riina Junior, che dopo la scarcerazione non ha mai smesso di frequentare i fedelissimi di suo padre ancora in libertà. Come nel caso di Antonino Di Marco, il boss di Corleone arrestato un anno fa, che ai suoi “picciotti” portava sempre i saluti di Salvuccio Riina. Come dire che il figlio del capo dei capi fa sentire la sua presenza agli uomini che un tempo furono di suo padre, anche se dopo la scarcerazione è stato inviato a Padova al soggiorno obbligato.

L’intervista andata in onda sulla prima rete nazionale diventa quindi uno strumento utile anche per attaccare quello che è da sempre considerato uno degli incubi di Cosa nostra: il fenomeno dei collaboratori di giustizia. “Solo in Italia succede ciò. In tanti altri Paesi democratici non succede che un pentito che dice di aver commesso centinaia di omicidi non fa neanche un giorno di carcere. Poi accusano le persone, le mandano in carcere poi tornano a fare quello che facevano prima. Si poteva scegliere di far scontare un minimo delle cose che avevano fatto”, sentenzia l’intervistato, che spiega anche di rispettare “ lo Stato, magari non condividendo determinate leggi o sentenze”. Poi comincia a tessere le lodi del genitore. “Un figlio – spiega Riina Junior –  può giudicare suo padre, ma se lo deve tenere per sé, non può andare in giro a dirlo in pubblico”. La strage di Capaci? “Quel giorno mio padre guardava al Tg le immagini: non mi venne mai il sospetto che ci potesse essere lui dietro gli attentati”. L’arresto di Riina? “Non lo condivido, perché è mio padre. A me hanno tolto mio padre”. E Falcone e Borsellino, e tutte le vittime della furia stragista di Cosa nostra? “Di loro non parlo: rispetto i morti ma le mie parole potrebbero essere strumentalizzate”. Un’operazione simpatia made in Cosa nostra, che fa storcere il naso a Monica Maggioni, audita dalla commissione Antimafia insieme al direttore generale, Antonio Campo Dall’Orto. “Nel servizio pubblico – dice la presidente della Rai – e per i giornalisti del servizio pubblico, la vittima e l’aguzzino non possono avere stessa dignità di racconto a meno di non considerare sullo stesso piano la mafia e chi lotta contro la mafia”. Nel frattempo, però, è chiarissimo il messaggio che arriva da Rai Uno: i Riina sono ancora qui. Un messaggio fondamentale, dato che decine di inchieste hanno dimostrato come la figura di Totò Riina sia ancora considerata apicale in Cosa nostra.