“Promettiamo giorni cupi agli Stati crociati che si sono alleati contro lo Stato Islamico, rispondiamo alla loro aggressione contro il nostro Stato”. In questo passaggio della rivendicazione diffusa da Amaq News, agenzia considerata vicina all’Isis, per il duplice attentato all’aeroporto e alla stazione della metro di Bruxelles è contenuta la minaccia alla coalizione internazionale che combatte il califfato in Iraq e in Siria. Un testo diffuso già in arabo, turco, inglese, francese, russo e tedesco: scelta che indica la volontà degli uomini del Califfato di avvertire i Paesi intenzionati ad aumentare il proprio impegno militare contro le bandiere nere. Una minaccia che trova conferma anche nella tempistica degli attacchi: Francia, Russia, Germania e, infine, il Belgio sono stati colpiti dopo aver  promesso o garantito un maggiore coinvolgimento nella lotta condotta dall’Occidente contro lo Stato Islamico.

La rivendicazione: “Ciò che vi attende sarà più crudo e più amaro”
Il testo, la cui autenticità è in fase di valutazione ma che fonti dell’intelligence Usa ritengono attendibile, racchiude lo stesso macabro messaggio che i jihadisti hanno lanciato dopo essere riusciti a colpire altri obiettivi della coalizione internazionale: “Promettiamo giorni cupi per voi, ciò che vi attende sarà ancora più crudo e amaro”. Oltre alla promessa di nuovo sangue da far scorrere in Occidente, i terroristi spiegano i motivi e la dinamica dell’attacco: “Una cellula segreta dei soldati del Califfato – si legge – si è lanciata contro il Belgio crociato che non ha smesso di combattere l’Islam e i musulmani. Allah ha messo quindi la vittoria nelle mani dei nostri fratelli”. Nel testo si parla di cinture esplosive, bombe e fucili in mano ai “soldati del Califfato” che hanno attaccato l’aeroporto di Zaventen e la metropolitana della capitale belga. “Il bilancio di quest’attacco continuano – raggiunge i 40 morti e non meno di 210 feriti”. Un messaggio che lo Stato Islamico ha voluto diffondere velocemente – meno di 12 ore dopo l’attacco – e che ha poi riproposto sui suoi canali Twitter e Telegram in diverse lingue. Un avvertimento, l’ennesimo, agli Stati che combattono con i raid aerei il Califfato.

La tempistica: Isis risponde a chi gli dichiara guerra
I fatti: il 22 marzo Bruxelles viene sconvolta da due attentati – all’aeroporto internazionale di Zaventem e nella metropolitana – che uccidono 31 persone. Il 2 marzo il ministro degli Esteri, Didier Reynders, aveva annunciato la volontà di estendere alla Siria i raid degli F-16 dell’aviazione belga, partiti già nel 2014 in Iraq. “Credo che non abbia senso – spiegava quel giorno il membro del governo – limitare la nostra azione all’Iraq senza estenderla oltre il confine (con la Siria, ndr) se i terroristi operano anche oltre questo confine”. Venti giorni dopo Bruxelles viene colpita dai due attentati.

Non è la prima volta che lo Stato Islamico risponde all’offensiva di Stati membri di una delle coalizioni impegnate in Siria e Iraq. Era successo la prima volta con l’attacco al Bataclan, il 13 novembre 2015: “Bevete la stessa coppa delle vittime delle bombe francesi in Siria”, recitava la rivendicazione apparsa su Dabiq France (la versione francese della rivista dello Stato islamico) che assumeva la paternità degli attentati. Circa un mese e mezzo prima, il 27 settembre, François Hollande aveva annunciato l’inizio dei raid aerei francesi in Siria: “Colpiremo ogni volta che la nostra sicurezza nazionale sarà messa in gioco”, aveva scandito il presidente della Repubblica francese, già sconvolta il 7 gennaio dello stesso anno dalle stragi compiute nella redazione di Charlie Hebdo e nel supermercato Hypercasher di Parigi.

La vendetta delle bandiere nere ha colpito anche la Russia. Alla fine di settembre prendevano il via i raid dei caccia russi contro le formazioni jihadiste – tra cui l’Isis – che combattono le milizie del presidente Bashar al-Assad in Siria e subito nei giorni successivi lo Stato Islamico cominciava a diffondere video e messaggi di minacce rivolte a Vladimir Putin e ai cittadini russi. Il 1° novembre una bomba – probabilmente piazzata da uomini di Wilayat al-Sinai, succursale dello Stato Islamico nel Sinai – faceva esplodere nei cieli egiziani un aereo decollato da Sharm el-Sheik e diretto a San Pietroburgo carico di turisti russi. Nessun superstite tra le 224 persone a bordo.

Il ragionamento si applica anche al caso della Germania. Il 12 gennaio il terrore colpisce una delle zone turistiche più famose e affollate di Istanbul (Turchia): l’area di Sultanahmet, dove sorgono la Moschea Blu e Santa Sofia. L’esplosione uccide 10 turisti, di cui 8 di nazionalità tedesca. Poco più di un mese prima, il 4 dicembre, la Germania aveva annunciato l’invio di aerei da combattimento F-16 e di navi da guerra a supporto della coalizione occidentale impegnata a combattere gli uomini di al-Baghdadi. La Frankfurter Allgemeine Zeitung metteva subito in relazione l’attentato con l’intenzione dei terroristi di colpire gli Stati che partecipano o supportano l’azione militare condotta dall’Occidente contro il Califfato.

Twitter: @GianniRosini