Dopo un anno di voli di ricognizione, la Francia ha dato il via ai primi bombardamenti contro obiettivi mirati dello Stato Islamico in Siria. E il primo ad essere colpito è stato un campo di addestramento dell’autoproclamato Califfato. Una decisione che accomuna il governo di Parigi a quello britannico e australiano, che ha già iniziato a sferrare attacchi, e che si inserisce in un contesto di aumento generale delle forze impegnate nel Paese contro gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi, sia al fianco della coalizione internazionale a guida statunitense che di quella a guida russa, a sostegno di Bashar al-Assad. Sulla questione interviene anche Matteo Renzi che da New York avverte: “Bisogna evitare che si ripeta una Libia bis. La posizione italiana è sempre la stessa – ha aggiunto – non facciamo blitz e strike” ma, ha aggiunto, collaboriamo con la coalizione internazionale.

L’impegno cresce anche sul fronte iracheno, con Baghdad che ha annunciato l’inizio della collaborazione militare col blocco sciita sostenuto da Mosca e composto da Iran, Siria e Hezbollah. L’aumento delle forze in gioco si rende necessario anche in considerazione degli ultimi numeri forniti dal New York Times, che cita fonti di intelligence Usa, secondo i quali sarebbero 30 mila i foreign fighters partiti per Siria e Iraq, il doppio rispetto a un anno fa.

Francia, “colpiremo ogni volta che la nostra sicurezza nazionale è in gioco” – Nessuna incursione a tappeto, ma bombardamenti chirurgici verso obiettivi strategici, come campi di addestramento e basi logistiche, anche nelle città più importanti del califfato, come la capitale Raqqa, che saranno identificati grazie a precedenti voli di ricognizione. È questo il piano presentato dagli uomini de presidente François Hollande per riconquistare i territori in mano all’Isis. Lo scopo è anche di preservare quanto possibile le vite dei civili, in un Paese dove il conflitto armato, in quattro anni, ha causato la morte di circa 220mila persone e la fuga dal Paese di milioni di cittadini. Per questo Parigi ha condotto un anno di voli di ricognizione sopra le teste dei jihadisti. Parlando coi giornalisti dalla sede dell’OnuHollande ha spiegato che sei jet francesi hanno già attaccato e distrutto un campo di addestramento nella Siria orientale gestito da miliziani Isis perché rappresentava una minaccia per la “sicurezza nazionale”. Hollande ha quindi aggiunto che “se sarà necessario, nelle prossime settimane ci potranno essere altri attacchi”.

“Il nostro Paese conferma il suo impegno risoluto a combattere contro la minaccia terroristica rappresentata da Daesh. Colpirà ogni volta che la nostra sicurezza nazionale sarà in gioco”, si legge nel comunicato diffuso dall’Eliseo. Un nuovo impegno militare che si affianca a quello già iniziato e portato avanti in Iraq. Questo sforzo si unisce a quello profuso anche dall’altro blocco in gioco nello scacchiere siriano: quello che vede Russia, Iran ed Hezbollah appoggiare il presidente Assad, con Mosca che ha inviato armi e militari per sostenere il disastrato esercito di Damasco. Cambiamenti avvenuti in poche settimane ma che, se le coalizioni impegnate troveranno un accordo per un processo di pace e di transizione, potrebbero portare a una più rapida soluzione del conflitto siriano.

I negoziati avranno come oggetto la futura classe dirigente del Paese e il ruolo che dovrà ricoprire Assad durante e dopo il processo di pace. Nel suo annuncio, la Francia è rimasta ferma sulle posizioni dettate dal presidente americano Barack Obama: lotta allo Stato Islamico, ma nessun sostegno al governo di Damasco. Intanto, però, altri partner importanti come Germania e Turchia e lo stesso ministro degli esteri transalpino, Laurent Fabius, hanno ammesso che in un futuro processo di transizione “si dovrà dialogare anche con Assad” che, a questo punto, diventa un importante mediatore tra le due coalizioni e le minoranze non sunnite presenti nel Paese, soprattutto quella alawita.

Fronte iracheno, Baghdad si schiera con il blocco sciita – A rafforzarsi, però, non è solo l’impegno della coalizione occidentale in Siria. Il governo di Baghdad ha annunciato una cooperazione di intelligence e di sicurezza con Siria, Iran e Russia. Una notizia che era già stata diffusa da Mosca nei giorni scorsi e smentita dal governo iracheno. A confermare le voci provenienti dal Cremlino e diffuse da Al Arabiya è stato però il Comando centrale iracheno.

Così Baghdad sembra prendere le distanze dagli Stati Uniti e strizzare l’occhio a Vladmir Putin, ma a smentire l’intenzione di una “via parallela” rispetto a quella di Washington è il presidente iraniano Hassan Rohani, che si è detto disposto a collaborare con gli Usa per cacciare l’Isis dalla Siria. “In questo momento” l’Iran è pronto a discutere con gli Usa sulla crisi siriana”, ha detto in un’intervista alla National Public Radio (Npr). Quanto ad Assad, secondo Rohani, “prima cacciamo i terroristi, poi pensiamo al piano d’azione per la transizione”.

La scelta di Baghdad si rivela comunque in linea con la composizione della classe dirigente de Paese, compreso il primo ministro, Haydar al-‘Abadi, a maggioranza sciita. Il rischio è quello di uno spostamento delle politiche interne in una direzione simile a quella intrapresa dall’ex premier, Nuri al-Maliki, che opprimeva e ghettizzava la componente sunnita del Paese che rappresenta il 35% della popolazione. È così che crebbe il malumore interno che ha reso una parte dell’ala sunnita sensibile ai proclami e alle promesse degli islamisti guidati da al-Baghdadi.

Nyt, “30 mila foreign fighters in Siria e Iraq. Il doppio rispetto al 2014”  Questo impegno rafforzato arriva proprio in concomitanza con i numeri diffusi dal New York Times, che cita fonti dell’intelligence americana, riguardo all’aumento del numero dei foreign fighters: 30mila tra Siria e Iraq, il doppio rispetto a un anno fa. Segno che la propaganda degli uomini in nero va avanti con successo, fornendo ad al-Baghdadi sempre nuovi combattenti da impegnare sui vari fronti ai confini del califfato. È questo l’altro aspetto su cui i governi delle due coalizioni devono iniziare a lavorare: una contropropaganda che fermi l’emorragia che porta migliaia di giovani da tutto il mondo ad unirsi ogni anno allo Stato Islamico. Un’opera di comunicazione che freni l’afflusso di aspiranti jihadisti verso le terre del Califfato e limiti il messaggio di reclutamento e radicalizzazione verso coloro che, invece, vengono spinti a compiere attacchi in patria, come lupi solitari. Ѐ anche attraverso un piano di contropropaganda, oggi solo annunciato dai governi occidentali ma mai realmente iniziato, che Paesi come la Francia potranno garantire ciò che più sta loro a cuore: la sicurezza nazionale.

Twitter: @GianniRosini