Sono stati liberati Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, gli ostaggi italiani sequestrati a luglio nella zona di Mellitah, a 60 chilometri da Tripoli. Mentre non c’è ancora nessuna ricostruzione ufficiale sulla morte degli altri due dipendenti della Bonatti di Parma Salvatore Failla e Fausto Piano, che con ogni probabilità erano tenuti da un altro gruppo ed erano a un passo dalla liberazione, dopo lunghe e complesse trattative. E’ difficile allora capire come mai siano stati uccisi. Secondo diverse fonti – riportate da numerosi quotidiani – i due tecnici dell’azienda impiegata nella costruzione di impianti petroliferi per conto di Eni sono morti durante uno scontro a fuoco tra i loro carcerieri – non si capisce quanto vicini all’Isis – e le milizie di Sabratha, fedeli al governo di Tripoli. Secondo un’altra versione sarebbero stati utilizzati come “scudi umani” durante un blitz.

“Uccisi durante uno scontro a fuoco” – Diversi capi milizia, però, hanno spiegato che non c’è stata alcuna operazione contro un covo dell’Isis ma che il gruppo di jihadisti è stato colpito mentre si trovava a bordo di due fuoristrada, un Toyota e un Tundra. Otto i morti, mentre un siriano e una tunisina, moglie di “una delle vittime”, e il figlio di 3 anni, sono stati catturati. Questa tesi è stata confermata da ambienti giudiziari italiani: i due tecnici sarebbero stati uccisi “durante un trasferimento” da un covo a un altro, a circa settanta chilometri da Tripoli. Il presidente del Consiglio militare di Sabrata, Taher El-Gharably, ha raccontato all’Ansa che il 2 marzo le milizie avevano “inseguito un gruppo dell’Isis che fuggiva dal centro di Sabratha verso la periferia: c’è stato uno scontro a fuoco, intensi scambi di colpi che hanno provocato la morte di alcuni di loro, mentre il resto è fuggito”.

“Usati come scudi umani” – Ma la morte di Failla e Piano potrebbe essere legata anche agli scontri che si sono susseguiti nelle ultime ore tra milizie e jihadisti a sud di Sabratha, nella località di Surman, nelle stesse ore in cui i seguaci di Abu Bakr al Baghdadi tentavano un assalto, respinto, a Ben Guardane, in Tunisia. L’offensiva delle milizie contro l’Isis è iniziata all’indomani dell’assalto dei jihadisti nel cuore di Sabratha, il 24 febbraio: i seguaci di Baghdadi hanno ucciso 19 miliziani, decapitandone 12. Poi sono stati respinti. L’attacco è arrivato pochi giorni dopo il raid Usa su una base dell’Isis nell’area, oltre 40 le vittime tra le quali Noureddine Chouchane, la presunta mente delle stragi dello scorso anno in Tunisia, al museo del Bardo e sulla spiaggia di Sousse. Mercoledì notte, poco dopo la mezzanotte italiana, il ‘Media center‘ di Sabratha ha pubblicato online un video di circa 30 secondi: nel filmato si mostrano diversi cadaveri in un edificio, presentato come il ‘covo’ dell’Isis che le milizie affermano di aver preso di mira nel raid a Sabratha. Una voce fuori campo scandisce la conta dei morti, arrivando fino a 14. Ovunque cartoni di latte o più probabilmente yogurt, e almeno un paio di sacchi a pelo di colore rosso, con i quali apparentemente gli occupanti dell’abitazione avevano messo insieme dei giacigli di fortuna. Ore dopo, un testimone libico rientrato in Tunisia da Sabratha ha raccontato all’Ansa che tra le vittime c’erano anche due italiani, “scudi umani” dei jihadisti che hanno cercato di coprirsi la fuga. Sono iniziate a circolare le foto delle vittime “occidentali” e dei jihadisti uccisi nel blitz. Questa volta i cadaveri sono all’aperto, uno vicino alle ruote di un fuoristrada. Domenico Quirico per La Stampa sostiene che i due siano stati uccisi con “un colpo alla nuca” prima del blitz.

Uccisi dopo otto mesi di prigionia – A ricostruire la vicenda e le informazioni, ancora parziali, che filtrano dal caos libico, è stato il sottosegretario Marco Minniti al Copasir. Nel luglio scorso il rapimento dei quattro operai della Bonatti, ricorda l’Ansa. Partono subito i tentativi dell’intelligence di stabilire il canale giusto con il gruppo dei sequestratori. Compito non facile in un Paese in cui spadroneggiano milizie tribali contrapposte le une alle altre. Trovato il contatto, partono le trattative per capire il tipo di contropartita richiesta. Ma non tutto fila liscio. Nel corso dei mesi i mediatori si rivelano inattendibili, la posta in gioco sale: si parla di richieste di denaro, ma non solo. I rapitori, inoltre, tramite mediatori più o meno attendibili, avrebbero contattato direttamente le famiglie degli ostaggi chiedendo alcune condizioni per la loro liberazione.  La situazione appariva difficile, dunque, ma non impossibile, anche perché fino a pochi giorni fa gli 007 erano ragionevolmente certi che i rapiti si trovavano ancora nelle mani di un gruppo criminale e non di fanatici dell’Isis. Ma il 19 febbraio scatta lo ‘strike’ americano a Sabratha che uccide una trentina di miliziani tunisini di al Baghdadi ed anche due ostaggi serbi. Scatta l’allarme anche per gli italiani, che si trovavano in zona. E scatta anche la rappresaglia dell’Isis il 25 febbraio con la decapitazione di una decina di uomini della forza di sicurezza della città. Nella zona è il caos: milizie contro Daesh. “Lo scenario – spiega il presidente del Copasir Giacomo Stucchi – cambia, le milizie presenti tentano di riprendersi le loro posizioni”. In mezzo si trovano gli ostaggi italiani, all’epoca ritenuti dall’intelligence ancora tutti e quattro insieme. Potrebbe esserci stata a quel punto una cessione o un ‘furto’ degli ostaggi, molto appetiti come merce di scambio. O anche un tentativo dei rapitori di spostarsi in un posto più al sicuro. Lo scontro a fuoco, la cui dinamica non è ancora chiara. Non è detto, secondo l’intelligence, che fossero stati separati da Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, ma potevano semplicemente viaggiare in convogli diversi.