“Il quadro che si prospetta è sconvolgente. Serve verità, anche per rispetto delle vittime”. Le parole del sostituto procuratore generale di Perugia Dario Razzi all’apertura del processo di revisione per Hashi Omar Hassan – il somalo finito in carcere sedici anni fa per il caso Alpi – cadono come un fulmine. Quattro gradi di giudizio, ventuno anni di inchiesta della Procura di Roma, cinque pm che si sono passati, dal 1994 ad oggi, il fascicolo, per arrivare ad una sola condanna. Con una sentenza basata sulla testimonianza di Ahmed Ali Rage, detto Gelle, il somalo che nel 2002 aveva dichiarato a un giornalista di Rai International di avere mentito, “in cambio di un visto per l’Italia” e di soldi.

L’ultima occasione giudiziaria per arrivare ad almeno un pezzo di verità sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin passa lontana da Roma, a Perugia, dove la corte di Appello ha accolto oggi l’istanza di revisione del processo avviando la nuova fase di istruttoria dibattimentale. I magistrati dovranno ora decidere se quella sentenza della corte d’Assise d’Appello di Roma – divenuta definitiva nel 2002 – sia da annullare. Fondamentale sarà ascoltare lo stesso Gelle, rifugiato in Inghilterra, dove un anno fa Chiara Cazzaniga lo intervistò per Chi l’ha visto. In quella occasione confermò quello che già aveva detto al giornalista Aden Sabrie tredici anni fa, riaprendo il caso.

Venti testimoni saranno chiamati ora a ricostruire gli istanti dell’agguato che portò alla morte dei due giornalisti Rai il 20 marzo 1994. Il nome principale è quello di Gelle, il teste chiave su cui pende una rogatoria della Procura di Roma per rintracciarlo in Inghilterra, inviata alle autorità britanniche dopo la messa in onda del servizio di Chi l’ha visto. Fino ad oggi i magistrati romani non sono riusciti a raccogliere la sua testimonianza, che potrebbe essere la chiave per capire cosa non ha funzionato nell’inchiesta condotta alla fine degli anni ’90 dalla procura della capitale. Ahmed Ali Rage venne ascoltato nel 1997 dagli agenti della Digos e dal pm titolare del fasciolo Ionta. A verbale lasciò il nome di Hashi Omar Hassan, indicato come uno dei componenti del commando che uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Pochi mesi dopo la sua deposizione Gelle lasciò per sempre l’Italia per rifugiarsi in Gran Bretagna, dove – secondo l’Interpol – avrebbe ottenuto la status di rifugiato politico

Fu la commissione d’inchiesta parlamentare guidata da Carlo Taormina a sollevare il caso nel 2004, dopo l’intervista del giornalista di Rai 3 Roberto Scardova a Sabrie, il somalo che aveva ricevuto nel 2002 la telefonata dal testimone fuggito senza deporre in aula. Nel 2005 gli ufficiali di collegamento della Guardia di finanza della commissione parlamentare ricostruirono gli ultimi giorni di permanenza in Italia di Gelle, chiedendo notizie all’Interpol di Londra. Le indicazioni che arrivarono erano precise e dettagliate, con l’indirizzo di residenza, il nome della moglie, i luoghi frequentati. Nonostante questo la Digos romana non riuscì a rintracciare il testimone, che nel frattempo veniva indagato per calunnia, senza però conseguenze. Il caso finì archiviato nel 2012, con una sentenza di assoluzione nei confronti di Gelle: non essendo possibile rintracciarlo, spiegarono i giudici, l’autenticità di quella telefonata non era verificabili.

Nel marzo del 2014 andò in onda su Rai 3 un primo servizio con l’intervista alla donna indicata dalla polizia come moglie di Gelle. Dopo mesi di inchiesta, l’inviata Chiara Cazzaniga chiude il cerchio, riuscendo ad intervistare il somalo in un centro culturale a Manchester, portando all’avvio del processo di revisione. Il prossimo 5 aprile ripartirà l’istruttoria dibattimentale, con la deposizione dei testi. Oltre ai somali presenti sul luogo dell’agguato, il procuratore generale ha chiesto di ascoltare anche Giancarlo Marocchino, l’imprenditore italiano che soccorse Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, un meccanico romano, datore di lavoro di Gelle nei 4 mesi di soggiorno in Italia, l’ambasciatore Giuseppe Cassini, l’inviato speciale che nel 1997 individuò Gelle, e il perito che accertò la corrispondenza della foto del testimone somalo con i volti ripresi dalla tv Abc sul luogo dell’agguato.