Una laurea in giurisprudenza quasi in tasca, due libri dati alle stampe e diversi chili in meno: si è presentato così Salvatore Cuffaro ai cancelli del carcere romano di Rebibbia, che ha attraversato stamattina dopo aver finito di scontare la sua pena. “È bello respirare la libertà. Oggi posso dire di aver superato il carcere”, sono state le prime parole dell’ex presidente siciliano, che in una cella del piano terra del penitenziario ha trascorso gli ultimi 1.785 giorni: si era consegnato, infatti, il 22 gennaio del 2011, poche ore dopo che il bollo della Cassazione aveva reso definitiva la sua condanna a sette anni per favoreggiamento a Cosa nostra e violazione di segreto. Grazie agli sconti di pena e alla buona condotta, però, il “detenuto modello” Cuffaro ha scontato alla fine meno di cinque anni di carcere: e adesso è tornato libero con due anni d’anticipo. In questo arco di tempo, l’ex leader dell’Udc ha studiato giurisprudenza (nei prossimi mesi dovrebbe sostenere l’esame di laurea), trovando il tempo anche di firmare due libri (Il candore delle cornacchie e Le carezze della nenia). “La politica attiva, elettorale e dei partiti è un ricordo bellissimo che non farà parte della mia nuova vita. Ora ho altre priorità. Ho amato la politica e non rinnego nulla di ciò che ho fatto, non mi sento tradito”, ha spiegato l’ex senatore Udc. E ha poi aggiunto: “Nella mia coscienza sono innocente. Sono andato a sbattere contro la mafia. Tornassi indietro metterei un airbag. Ho fatto degli errori, non mi voglio nascondere: io li ho pagati, altri no. Ora credo di avere il diritto di ricominciare”. Già nella giornata di oggi tornerà a Raffadali, la sua città d’origine in provincia di Agrigento, insieme alla famiglia, per rivedere l’anziana madre, che quasi due anni fa aveva preso carta e penna per chiedere al presidente Giorgio Napolitano di graziare il figlio detenuto. “Mi dispiace, ma non posso accettare la carità”, era stato il commento di Cuffaro, che aveva chiesto – senza successo – di essere assegnato ai servizi sociali.

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Adesso, invece, ha annunciato di volere andare in Africa, in Burundi, a fare volontariato. Un desiderio che, semmai dovesse realizzarsi, sarebbe agli antipodi dalla prima vita di Cuffaro, titolare di un lungo curriculum di chiacchierato politico acchiappavoti, capace di mettere d’accordo elettori di ogni risma e colore. Deputato ragionale della Dc dal 1991, noto al grande pubblico fin da quando interviene al Costanzo Show per difendere il “maestro” Calogero Mannino (in studio c’era anche un attonito Giovanni Falcone), Cuffaro si guadagna presto un bonario soprannome: Totò Vasa Vasa, dato che è in grado di schioccare un doppio bacio sulle guance di chiunque si trovi a portata di smack. Assessore regionale all’Agricoltura in governi di centrodestra e centrosinistra, si fa subito segnalare perché è uomo di facilissima socialità: non dimentica mai un nome, un volto, una richiesta, a tutti elargisce consigli, favori, aiuti, doni. E alla fine viene premiato: nel 2001 viene eletto per la prima volta presidente della Sicilia, battendo a sorpresa Leoluca Orlando. Poi nel 2006 la riconferma, quando a sfidarlo c’è Rita Borsellino. Nel frattempo era già deflagrato il caso giudiziario: la procura di Palermo lo accusa di aver rivelato all’imprenditore Michele Aiello, prestanome di Bernardo Provenzano, importanti dettagli su indagini in corso. Informazioni che, tramite il medico e politico Domenico Miceli, finiscono direttamente al boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, ex aiuto primario dell’ospedale Cervello. È una storia di colletti bianchi e favori, politici e voti, medici e boss latitanti quella in cui viene coinvolto l’allora potentissimo governatore, numero due dell’Udc di Pierferdinando Casini. L’inchiesta spacca il mondo politico, ma anche la stessa procura di Palermo: alcuni pm vorrebbero processare Cuffaro per concorso esterno, l’allora procuratore capo Pietro Grasso però si oppone.

Alla fine l’ex governatore verrà rinviato a giudizio per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra: l’aggravante, però, cadrà quando in primo grado arriva la condanna a cinque anni. È il 24 gennaio del 2008 e Cuffaro spiega di non avere intenzione di dimettersi: uno scatto rubato mentre a Palazzo d’Orleans è intento a spostare un vassoio pieno di cannoli fa scoppiare la polemica. La foto dei presunti festeggiamenti a colpi di dolce alla ricotta fa il giro d’Italia, diventa più imbarazzante della stessa condanna: e alla fine Vasa Vasa dovrà arrendersi, dimettendosi dall’incarico e accettando di trasferirsi al Senato. Il 23 gennaio del 2010 è la volta della corte d’Appello: Cuffaro viene condannato a sette anni e stavolta torna il favoreggiamento aggravato. Sentenza che diventerà definitiva appena un anno dopo. Nonostante la galera, però, gli amici di un tempo non si dimenticano di Totò: e fanno la fila per andarlo a trovare in carcere. Solo che per la procura di Roma almeno 41 dei visitatori di Cuffaro sono colpevoli di falso: non avrebbero rispettato le regole che concedono ai deputati di entrare in carcere accompagnati da un collaboratore. Al cospetto dell’ex governatore sono andati praticamente tutti: da Mannino a Saverio Romano, dagli ex europarlamentari Antonello Antinoro e Salvatore Iacolino al senatore Pino Ferrarello, fino a Mirello Crisafulli, l’ex impresentabile del Pd, ribattezzato il Cuffaro Rosso per la sua capacità di acchiappare voti a Enna, nonostante militasse nello schieramento opposto a quello di Totò. Un elenco sterminato che la dice lunga sulla quantità di relazioni mantenute negli anni da Totò Vasa Vasa, l’ex governatore che più di qualcuno ricandiderebbe anche domani. Il galeotto Cuffaro, però, non sembra intenzionato a tornare in politica, e in ogni caso non potrebbe ricoprire alcun incarico, dato che è interdetto in perpetuo dai pubblici uffici. Una discriminante fondamentale, visto l’ampio parterre di cuffariani che ha ormai preso pieno possesso del nuovo Pd renziano.

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