Prodotti trafficati illegalmente e prezzi alle stelle: gli Usa colpiscono l’economia cubana usando anche il mercato nero
Navi private Usa attraccano a Matanzas. Portano carburante – benzina e gasolio -, che poi viene rivenduto a tre o a cinque dollari al litro. “Il prezzo è inaccessibile, ma le macchine girano ancora”, ci dice Norberto Pérez, 41 anni, che risiede nella città portuale. Si salvano a malapena la Chiesa o altri enti umanitari. “Paghiamo due euro al litro per attività con finalità umanitarie. Di più sarebbe insostenibile”, spiega un operatore Caritas, che chiede l’anonimato.
Il carburante viene trasportato da ditte Usa, tra cui Apacargo Express e Katapulk Marketplace LLC. Non c’è embargo che tenga. Le ditte, divenute spesso oggetto di controversia, hanno licenze Ofac o del Bureau of Industry and Security. Poi, la merce va nelle mani di oligarchi, militari e luogotenenti. Che si sono arricchiti negli ultimi mesi. “Questo tempo di crisi è stato fonte di prosperità per alcuni”, lamenta Yulitza Márquez, 30 anni, due figli, disoccupata. “Qui non ci resta che emigrare. I prezzi sono alle stelle”, lamenta. Va così anche con il cibo, le medicine e altri beni primari. Il mercato ero si è sostituito a quello convenzionale. “Parliamo di un’occupazione subdola e silenziosa, che non necessita cannoni ed erode il tessuto sociale ed economico dell’Isola, escludendo i settori più fragili della popolazione. È una storia già vista in Romania, Albania e altri luoghi. Ed è solo l’inizio”, commenta Massimo Nevola, padre gesuita, rientrato dall’Isola poco fa. “Metà della popolazione, pur soffrendo, si arrangia e vive con dignità. Preoccupa la tenuta del 30% di loro, costretto a frugare nella spazzatura per trovare da mangiare”, aggiunge Nevola. A lui l’invasione Usa non sembra molto vicina: “Il costo politico sarebbe troppo alto. E i cubani sarebbero contrari, nonostante la crisi”. L’invasione delle merci serve anche a rendere gli Usa fornitore esclusivo dell’Isola, scavalcando Cina e Russia. Palazzo della Revolución chiude un occhio, poiché carente di alternative. Alla fine il presidente Miguel Díaz-Canel, fedelissimo di Castro, può fare ben poco per invertire la rotta.
Fonti riservate riferiscono che, per uscire dalla crisi, L’Avana sarebbe anche disponibile a consegnare le terre ai contadini, anche aprendo alla privatizzazione. Manca però la manodopera. Buona parte della popolazione (1,7 milioni di persone) è all’estero. E chi è dentro non vuole tornare nei campi.
Del resto “ciascuno sopravvive come può”, ci racconta Daniel Pedraza Díaz, che denuncia l’indifferenza del resto del mondo.
“Conoscere tutti la situazione che si vive nel mio Paese. Sapete che c’è crisi e repressione; che mancano medicine e altri beni primari. Ma nessuno fa niente”. Pure l’ultimatum del 5 giugno imposto dagli Usa – che ha minacciato sanzioni contro le aziende straniere – è passato inosservato. “Di geopolitica si parla più all’estero: la gente è concentrata sul qui e ora, facendo lunghe file per comprare qualcosa da mangiare. Alcuni vivono senza gas e altri senza luce o senz’acqua per intere giornate. Anche il cibo va a male, poiché non può essere conservato”, ci racconta Inneris Suarez, responsabile di Sant’Egidio a L’Avana. “La vita è ferma. Non ci sono trasporti. Ho fatto cinque chilometri in taxi per visitare una giovane in ospedale: è costato 6.500 pesos (quasi 300 dollari, ndr), che è il doppio del mio stipendio”. I rincari paralizzano la vita. Serve una pensione, mille pesos (quasi 36 dollari) per pagare un litro d’olio. La popolazione è al limite. D’altro canto, i prodotti erogati dal governo, attraverso la Libreta de abastecimiento, non durano nemmeno due settimane. Le folle si concentrano davanti alle mense, anche se non c’è cibo per tutti.
“La crisi sta cambiando anche il volto della gente. Ci è stato rubato il buonumore che un tempo ci caratterizzava. Soprattutto all’Avana vecchia, dove le abitazioni, assai datate, non reggono il caldo”, racconta Inneris. Persino i proclami “Cuba Libre” o “Ben vengano gli americani” sono indotti dalla disperazione. Gerardo Torres, anche lui operatore umanitario, ci spiega che, “spinto al limite, il popolo esprime la sua rabbia, anche senza tener conto delle conseguenze. Serve invece un vero dialogo, con aperture da parte del governo e meno prepotenza da parte degli Usa. Ma le parti sembrano lontane da un’intesa reale”.
Nel frattempo il carovita – l’inflazione è oltre il 14% – divora le rimesse che un tempo garantivano la sopravvivenza dei più fragili. “Quei cento o duecento dollari, che sono un sacrificio per chi vive e lavora altrove, non ci bastano più”, dice Grisel Acosta, 72enne, il cui figlio la aiuta da Madrid. “C’è uno scollamento mai visto tra prezzi e soldi a disposizione che non si era mai visto e che ci rende tutti più poveri, anche chi ha lavorato tutta la vita e ora vede sparire i propri risparmi”, conclude.