L’asilo nido e la scuola dell’infanzia diventeranno un ciclo integrato. Per garantire anche ai bambini fino a 3 anni un vero e proprio diritto educativo, a livello nazionale, sotto l’egida e la responsabilità del Ministero. Con educatori più qualificati, e d’ora in avanti anche laureati, ma pur sempre distinti dai maestri. È un altro dei progetti in cantiere de “La buona scuola“, contenuto nella delega ancora da scrivere della Legge 107.

Uno dei meno dibattuti, anche dei più ambiziosi: sulla proposta c’è la convergenza di politica, associazioni di categoria e persino sindacati, di solito critici sulla riforma. “È una grande novità, che avvicina l’Italia al resto d’Europa“, spiega Lorenzo Campioni del Gruppo Nido Infanzia Nazionale. Ma per realizzarla serviranno soldi. “Altrimenti – avverte la Flc Cgil – il rischio è quello di livellare verso il basso il segmento 3-6 anni, che rappresenta un’eccellenza del nostro sistema”. Centinaia di milioni di euro, che almeno per il momento non sono stanziati nella legge di Stabilità. Il governo assicura che trovarli non sarà un problema, e il mondo della scuola ci spera. Nel limbo dell’attesa ci sono anche i 23mila docenti dell’infanzia iscritti nelle graduatorie, la cui assunzione è stata rimandata a dopo la riforma.

DA SERVIZIO A DIRITTO – Il progetto è contenuto nella sezione delle deleghe del ddl, al pari della rivoluzione per il sostegno, di cui ilfattoquotidiano.it ha anticipato i primi sviluppi. In questo caso i lavori sono più indietro: al primo tavolo a viale Trastevere, i tecnici del Miur si sono limitati ad ascoltare. Le linee guida, comunque, dovrebbero essere quelle già previste dalla proposta di Legge 1206 (prima firmataria la senatrice Pd, Francesca Puglisi), per creare un nuovo ciclo 0-6 anni. Attualmente nido e infanzia sono due segmenti ben separati. Con una differenza fondamentale: mentre la scuola materna è un diritto, gestita da Stato e Comuni sulla base di programmi nazionali e in continuità con la primaria, l’asilo è un servizio a domanda individuale, che nessuna legge ha dichiarato obbligatorio e tanto meno gratuito. Con una conseguente disomogeneità sul territorio, vista la presenza di 18 leggi regionali differenti. Questa situazione è destinata a cambiare: il Miur è intenzionato a portare all’interno delle proprie competenze anche il periodo 0-3, lasciando la gestione agli enti locali ma sulla base di un plafond di direttive nazionale. L’obiettivo è eliminare le disparità nell’offerta del servizio (le statistiche di accesso al nido passano dal 2% della Calabria al 28% dell’Emilia-Romagna), e creare continuità col segmento successivo e con l’ingresso nel mondo della scuola. “Le pari opportunità devono iniziare da zero giorni – spiega Campioni – è scientificamente dimostrato che questa fascia di età è fondamentale nella crescita dei bambini”.

EDUCATORI LAUREATI, MA DISTINTI DAI MAESTRI – Per quanto riguarda gli insegnanti, educatori e maestri sono e resteranno figure distinte, nonostante voci parlassero di un possibile interscambio. Nessun travaso di personale. In futuro, però, anche i primi dovranno essere laureati per entrare in classe. Ma la novità non toccherà chi già lavora in base ai requisiti precedenti. Invariato anche il sistema di reclutamento: gli educatori non diventeranno insegnanti statali, verranno assunti in base a concorsi territoriali. Rispetto al passato, però, ci saranno delle direttive generali più stringenti a cui gli enti locali dovranno uniformarsi. E, una volta attuata la riforma, verranno sbloccate anche le 23mila immissioni in ruolo dei docenti dell’infanzia previste dal piano straordinario di assunzioni e congelate dal governo.

SERVONO SOLDI: QUANTI? – Il salto di qualità da servizio a diritto educativo si tradurrà anche in un passaggio di competenza ministeriale: fino ad oggi le risorse pubbliche per il nido arrivavano da un fondo indistinto per le politiche sociali del Ministero del Welfare, domani sarà il Miur a garantirle. Per il momento nella legge di Stabilità non ci sono soldi aggiuntivi, ma la senatrice Puglisi non vede problemi: “Si tratta di riorganizzare i fondi esistenti e aggiungerne di nuovi: sul segmento 3-6 il Miur spende già 4,5 miliardi, dal 2014 è stato introdotto un indicatore per quantificare le risorse del Welfare destinate ai nidi. Valorizzando i fondi europei e aggiungendo altri 100 milioni di euro all’anno avremo un budget sufficiente”. Da questo, oltre che dalle nuove direttive generali, dipenderà la riuscita del progetto. “Se si tratta di trasformare un servizio in un diritto noi ci siamo”, afferma la Flc Cgil. “L’importante è che non si riveli un discorso al ribasso: la scuola materna ha degli standard alti che non devono essere intaccati”. “Aspettiamo il governo al varco”, conclude Campioni. “In finanziaria non ci sono soldi. Per il momento si tratta solo di una lettera di un comma di una legge, vogliamo vedere i fatti”.

Twitter: @lVendemiale