Non tutti i boss hanno avuto il privilegio di avere un funerale in forma solenne come quello celebrato a Roma per Vittorio Casamonica. Così non è stato, infatti, nel 2009, per il boss Pietro Costa di Siderno morto nel carcere di San Gimignano, in provincia di Siena, mentre era detenuto al 41 bis, o per Damiano Vallelunga, il “padrino” di Serra San Bruno ucciso nel settembre dello stesso anno davanti al santuario dei Santi medici Cosma e Damiano a Riace, nella Locride.

La decisione, all’epoca, era stata adottata dai questori di Reggio Calabria e Vibo Valentia (competenti sui territori di Siderno e Serra San Bruno) che avevano fatto ricorso al Testo Unico delle leggi di Pubblica sicurezza. Una normativa che risale addirittura al 1931 e che nel tempo è stata modificata trasferendo molti poteri ai sindaci. Molti ma non tutti. A quasi 90 anni da quando è entrato in vigore, infatti, il Testo di legge consente ancora ai questori di vietare “per ragioni di ordine pubblico o di sanità pubblica, le funzioni, le cerimonie, le pratiche religiose e le processioni”. All’articolo 27, infatti, il Testo unico recita: “Il questore può vietare che il trasporto funebre avvenga in forma solenne ovvero può determinare speciali cautele a tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini”.

Un provvedimento che si rende necessario perché, in terra di ‘ndrangheta, i funerali non sono solo l’estremo saluto a un defunto, seppur criminale, ma possono avere un significato simbolico intriso di quei valori mafiosi di cui si nutre la criminalità organizzata. Per non parlare, poi, della possibilità che si concede agli affiliati delle varie cosche di incontrarsi per rendere omaggio al boss defunto. Proprio per questo e per evitare funerali “da film” come quello del “re di Roma” Vittorio Casamonica, la Calabria è una delle regioni dove i questori hanno più volte fatto ricorso al Testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza.

Nel 2010 è toccato al boss Giuseppe Pesce di Rosarno, morto a 56 anni. Tre mesi prima è stata la volta del mammasantissima di Siderno Vincenzo Macrì conosciuto con il soprannome di “u baruni”. Morto a 77 anni al Policlinico “Umberto I” di Roma mentre stava scontando ai domiciliari una condanna a 26 anni per associazione mafiosa e sequestro di persona, Macrì era il nipote del patriarca Antonio Macrì, assassinato a Siderno il 20 gennaio 1975. All’epoca il questore Carmelo Casabona aveva disposto che il trasporto della salma avvenisse direttamente al cimitero di Siderno Superiore e che alle esequie partecipassero soltanto i familiari più stretti.

Stesso trattamento, nel 2011 anche per il boss reggino Santo Labate della cosca dei “Ti mangio”, deceduto mentre era detenuto agli arresti domiciliari nell’azienda ospedaliera di Padova. Funerali all’alba e in forma strettamente privata anche per Vincenzo Torcasio, ucciso a Lamezia Terme nel 2011 mentre si trovava in un campetto di calcio. Nel 2012 il questore di Reggio Calabria Guido Longo (oggi in servizio a Palermo) ha disposto i funerali privati anche per l’anziano boss di Siderno Nicola Cataldo (morto nel suo letto e per cause naturali all’età di 80 anni) e per Giuseppe Vincenzo Gioffré, reggente dell’omonima cosca di Seminara, nella Piana di Gioia Tauro.

Appena poche settimane fa, il questore di Catanzaro non ha autorizzato i funerali di Domenico Bevilacqua, il boss degli zingari conosciuto con il nome di “Toro Seduto”, che era stato freddato nel suo quartiere e che già in passato era scampato a un agguato. A giugno, infine, i funerali in forma solenne sono stati vietati dal questore Raffaele Grassi a Rocco Musolino, ritenuto un esponente di spicco della criminalità organizzata reggina anche se non è mai stato condannato per mafia. Un boss “senza certificato” ma che la storia della ‘ndrangheta, decine di verbali di pentiti e recenti inchieste della Dda inquadrano tra i principali mammasantissima della Calabria, un pezzo da novanta che si è guadagnato l’appellativo di “Re della Montagna”.

Se Vittorio Casamonica – mai condannato per mafia – ha conquistato Roma, Rocco Musolino teneva sotto scacco tutta la provincia di Reggio Calabria, compresi magistrati “disponibili”, politici “corrotti” e imprenditori “compiacenti”. Ma un funerale “da boss” non lo ha avuto perché un questore ha firmato un provvedimento notificandolo alla famiglia e al sacerdote che avrebbe dovuto celebrare il rito religioso.