La favola che per anni ci hanno raccontato è che alla gente interessa il portafoglio, mentre corruzione, mafia, conflitto d’interessi appassionano solo pochi “moralisti”, anzi “giustizialisti”. Mentre il ddl anticorruzione firmato da Piero Grasso festeggia mestamente due anni tondi di giacenza in Senato, come ricorda un countdown che da giorni campeggia su SkyTg24, la favole si rompe. Illegalità e crisi economica vanno a braccetto, mazzette e ripresa non vanno d’accordo. L’ultimo a ricordarlo è l’economista Nouriel Roubini, ospite a Cernobbio al workshop Ambrosetti, in un’intervista a Repubblica: “Sì, la ripresa è partita anche in Italia”, afferma, ma perché godiamo di “benefici congiunturali” che arrivano dall’esterno, dall’euro finalmente debole a tassi d’interesse bassi. La nostra crescita può essere corretta al rialzo, “dallo 0,2 allo 0,5%”, ma è comunque poco, “perché un paese in queste condizioni dovrebbe crescere del 2,5%, come la Spagna”. La differenza – una voragine in termini macroeconomici – Roubini la attribuisce proprio ai mancati provvedimenti contro “corruzione, crimine organizzato, peso della burocrazia, giustizia”. E se alla “gente” interessano sopra ogni altra cosa le tasse – quante volte lo abbiamo sentito ripetere nelle campagne elettorali – l’economista ricorda che “se colpisci frontalmente la corruzione e il malaffare, colpisci anche l’evasione fiscale”. Non serve essere geni dei numeri per comprendere che se più cittadini pagano, ciascuno sborserà di meno.

DDL GRASSO FERMO DA 730 GIORNI. E 38 GIORNI FA ORLANDO DISSE: “C’E’ L’ACCORDO”. La legge anticorruzione è ferma al Senato da 730 giorni, ci informa Sky. Ma il giochino può essere arricchito. Sono passati 258 giorni da quando, il 30 giugno dell’anno scorso, il presidente del Consiglio Matteo Renzi illustrava le linee guida sulla giustizia, che comprendeva la riforma del falso in bilancio (punto 8) e della prescrizione (punto 9). Sono passati 198 giorni da quando, il 29 agosto, lo stesso Renzi ci informava che quei provvedimenti erano stati approvati in consiglio dei ministri. E sono passati 38 giorni da quando, il 5 febbraio, il ministro della giustizia Andrea Orlando  assicurava che la maggioranza aveva raggiunto l’agognato accordo sul falso in bilancio medesimo, ma il testo ancora non l’ha visto nessuno. Ed è uno dei motivi per cui il ddl Grasso è bloccato in commissione. Sul fronte caldo del penale, dei provvedimenti annunciati sono diventati legge da un lato il nuovo reato di autoriciclaggio – peraltro accompagnato dalle accuse di essere troppo soft – dall’altro, a passo di carica, la nuova responsabilità civile dei magistrati. La riforma della prescrizione – l’attuale ex Cirielli contribuisce a portare al macero centomila procedimenti penali l’anno, spesso proprio quelli contro i colletti bianchi – ha guadagnato qualche giorno fa il primo ok della Commissione giustizia della Camera, e la maggioranza si è pure spaccata: Ap (Ncd più Udc) ha votato contro, nonostante il testo fosse già una mediazione rispetto ai sistemi in vigore negli altri paesi europei: alla mannaia di Cirielli, che tronca i processi anche a un passo dalla fine, si sostituisce l’affettatrice di Orlando, che interrompe lo scorrere del tempo dopo sentenze di colpevolezza in primo e secondo grado. A proposito, sono passati 2082 giorni da quando, il 2 luglio 2009, il Greco (il gruppo del Consiglio europeo contro la corruzione) sollecitava l’Italia a intervenire perché “l’estinzione dei reati per prescrizione, pur in presenza di compendi probatori solidi e affidabili, costituisce motivo di sfiducia della collettività nella giustizia”.

NCD, FORZA ITALIA, GOVERNO E CONFINDUSTRIA: ECCO CHI FRENA. Il ddl Grasso, nonostante sia stato ampiamente rimaneggiato, è diventato il simbolo di tutti questi ritardi. Prevede norme più incisive e pene più severe su corruzione, falso in bilancio e riciclaggio. Perché è rimasto fermo? Sei mesi netti, dal giugno 2014 al gennaio 2015, se ne sono andati in attesa di un testo annunciato dal governo. Poi c’è stato l’ostruzionismo di Forza Italia, contraria per principio agli aumenti di pena. In più si attende ancora il testo del governo sul falso in bilancio, che dovrebbe eliminare le soglie di non punibilità di berlusconiana memoria che il ddl Grasso aveva eliminato, il governo aveva reintrodotto con un emendamento a gennaio, salvo fare retromarcia sull’onda delle polemiche. Sullo sfondo, la frattura difficilmente sanabile tra Pd e Ncd su questi temi, per non parlare del fantasma del patto del Nazareno. Così oggi ha buon gioco Francesco Nitto Palma di Forza Italia, presidente della Commisione giustizia del Senato: “Pensavo che il presidente Grasso non avesse bisogno di Sky per rendersi conto di quanto tempo sia trascorso senza che il tema della corruzione sia stato risolto”. Il magistrato berlusconiano, in sintesi, promette la fine dell’ostruzionismo in cambio del testo sul falso in bilancio, ben sapendo di mettere il dito nella piaga delle contraddizioni in maggioranza.

Ma anche nelle contraddizioni tra Pd e Confindustria. A fine settembre Renzi ha chiarito che “gli imprenditori sono dei lavoratori e non dei padroni e la sinistra si candida a rappresentarli”. E gli imprenditori hanno presentato il conto. Come ha ammesso candidamente Orlando in Senato, è stata proprio Confindustria a chiedere che il governo rimettesse le soglie di non punibilità (entro il 5% dell’utile o l’1% del patrimonio netto) per i quali il falso non è punibile penalmente. Proprio oggi torna alla carica il presidente Giorgio Squinzi, che sul Corriere della Sera annovera la riforma restrittiva del falso in bilancio tra gli spauracchi degli investitori stranieri: “Per quale motivo non si distingue tra errore e dolo, vogliamo dare ai magistrati la licenza di uccidere le imprese?”. Per la verità l’errore non è punibile penalmente, e solo il dolo può portare a una condanna. E comunque ochi giorni fa l’ambasciatore Usa in Italia ha sostenuto l’esatto contrario, citando il lassismo su corruzione e falso in bilancio come un ostacolo all’arrivo di aziende estere.

I COSTI DELLA CORRUZIONE: “PERSI 10 MILIARDI DI PIL OGNI ANNO”. Non solo Roubini. Sono sempre di più gli analisti che la pensano in modo opposto a Confindustria. Tanto che Paola Severino, che da ministro di Mario Monti firmò la legge anticorruzione del 2012 attualmente in vigore, ha annunciato un convenzione tra Ministero della giustizia (dove presiede l’Osservatorio sugli effetti delle riforme della giustizia sull’economia) e Autorità anticorruzione per mettere a punto indici più accurati sulla corruzione in Italia. Quanto al presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, proprio per il Roubini Global Economics ha firmato con l’analista Brunello Rosa uno studio sulle distorsioni e le inefficienze che il sistema delle tangenti produce sulla nostra economia, attraverso almeno tre canali. Il primo è appunto il disincentivo agli investimenti esteri, perché oltre alle pastoie burocratiche l’imprenditore straniero teme che “l’unica soluzione per velocizzare i processi decisionali sia offrire tangenti”. Il secondo è la distorsione della concorrenza in favore dei “furbi”, dei disonesti, degli ammanicati, delle cricche. Terzo, la fuga di cervelli, in particolare di quelli “che intendono basare il loro successo professionale solo su capacità e impegno, su meriti e titoli acquisiti”. Valore aggiunto regalato Paesi più virtuosi.

Stimare i costi diretti e indotti del sistema delle tangenti è arduo per definizione, ma i tentativi si moltiplicano. Secondo la campagna Riparte il futuro, promossa da Libera, dal 2001 al 2011 la corruzione ci ha fatto perdere ogni anno 10 miliardi di pil, 170 euro di reddito pro capite, il 6% in termini di produttività. E c’è un impatto diretto sulle casse dello Stato, dunque ancora sui cittadini, dovuto al “differenziale tra il prezzo finale di opere pubbliche e forniture e il loro valore di mercato, generato dalla corruzione”.

In tempi di crisi sono costi sempre meno sostenibili, ma il dibattito politico non sembra tenerne conto fino in fondo. Quando sono passati 8427 giorni dal 17 febbraio 1992, inizio dell’inchiesta Mani pulite.