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Tesoro di Messina Denaro, Fdi: “Segnale dal governo”. Ma i pm puntualizzano sulle restrizioni alle intercettazioni: “Non possono restare in una sola indagine”

Le dichiarazioni in conferenza stampa del procuratore di Palermo. Melillo, capo dell'antimafia nazionale: "Ennesima conferma dell'importanza dell'indipendenza del pubblico ministero"
Tesoro di Messina Denaro, Fdi: “Segnale dal governo”. Ma i pm puntualizzano sulle restrizioni alle intercettazioni: “Non possono restare in una sola indagine”
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La politica si autoelogia e prova a mettere il cappello sul risultato. I magistrati, invece, mettono i puntini sulle “i”. Il sequestro di oltre 200 milioni di euro del cosiddetto “tesoro” riconducibile a Matteo Messina Denaro “dimostra che lo Stato c’è ed è più forte delle mafie”, ha affermato Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera: “Il governo guidato da Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia – ha aggiunto – continuerà a sostenere con fermezza ogni azione di contrasto alla criminalità organizzata, al narcotraffico e al riciclaggio internazionale, rafforzando gli strumenti investigativi“. L’operazione, sottolinea la vicecapogruppo Augusta Montaruli, prova “che lo Stato c’è e non fa sconti a nessuno”.

Negli stessi minuti in cui i rappresentanti della maggioranza parlano, a Palermo il procuratore Maurizio De Lucia e il capo dell’antimafia nazionale Giovanni Melillo illustrano l’operazione in una conferenza stampa. “Anche in questa indagine c’è la riprova che le intercettazioni non possono immaginarsi in un solo procedimento“, spiega il primo ai giornalisti. E fa un esempio concreto: “Nelle indagini attuali abbiamo recuperato una conversazione intercettata diversi anni fa, in cui si parlava proprio di una parte di denaro che serviva a finanziare un’attività, in quel caso medica, di quello che all’epoca era il latitante Messina Denaro”.

De Lucia non fa collegamenti espliciti, ma il tema è quello delle restrizioni all’utilizzo delle intercettazioni. Il decreto-legge n. 105 del 2023 poi convertito nella legge n. 137/2023, ha modificato l’articolo 270 del codice di procedura penale, che disciplina l’utilizzo delle intercettazioni in procedimenti diversi da quello per cui erano state autorizzate. La riforma ha reso più restrittiva la norma, eliminando l’ampliamento introdotto nel 2020 che consentiva l’uso anche per i reati di cui all’art. 266 del codice. Oggi, quindi, l’utilizzazione in un diverso procedimento è ammessa solo in via eccezionale, quando i risultati siano rilevanti e indispensabili e riguardino delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza. Risultato: la norma ha ristretto i casi in cui i risultati delle intercettazioni possono essere utilizzate in un procedimento diverso da quello per il quale erano stati autorizzati. A modificare in questo senso il codice è stato il governo Meloni a trazione Fdi, lo stesso partito che oggi esulta per l’arresto dei tre presunti fiancheggiatori del boss trapanese.

L’operazione condotta dal Gico della Guardia di Finanza, ha aggiunto, il procuratore nazionale antimafia Melillo, “è l’ennesima conferma che ci sono indagini che possono svolgersi solo attraverso la garanzia dell’effettività dell’indipendenza del pubblico ministero, vero scudo per l’autonomia della Polizia giudiziaria”. Un chiaro riferimento alla riforma costituzionale della magistratura che il governo Meloni avrebbe portato a compimento se la stessa non fosse stata bocciata dagli italiani nel referendum confermativo del 23 e 23 marzo scorsi.

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