Strabismi, ritardi, interventi a gamba tesa che fanno sorgere dubbi sulle intenzioni e sulla terzietà degli arbitri, marchiani errori. La lista è lunga e tocca l’operato di quasi tutte le cosiddette Authority indipendenti, che poi così indipendenti non sono. Il caso Rai Way e dell’Opa targata Ei Towers (gruppo Mediaset) è solo l’ultimo in ordine di tempo: a porre a Ei Towers tutta una serie di domande sull’offerta è stato l’Antitrust prima della Consob, che ha tranquillamente lasciato che il mercato si interrogasse sulla validità di un’Opa totalitaria lanciata su una società non contendibile (il 51% di Rai Way deve restare in mano pubblica). Caso vuole che a presiedere la Consob sia Giuseppe Vegas, ex viceministro dell’Economia del governo Berlusconi. Circostanza che in questa, così come già in altre occasioni, alimenta pesanti critiche sull’operato della Commissione.

Ma in tempi recenti anche un’altra Authority indipendente è finita sotto i riflettori per scarsa trasparenza nei comportamenti e per aver provocato con i suoi interventi (peraltro insindacabili nel merito) danni rilevanti. Stiamo parlando della Banca d’Italia e dei suoi rapporti con le banche vigilate. Buonsenso vorrebbe che il controllore non facesse affari con le controllate per evitare che possa essere messa in dubbio la sua indipendenza di giudizio nell’attività di vigilanza. Ma il buonsenso evidentemente non basta se la Banca d’Italia ha comunque ritenuto di vendere la sua sede di Vicenza alla Banca popolare presieduta da Gianni Zonin a un prezzo – 9 milioni di euro – al quale aveva tentato inutilmente di venderla sul mercato nei cinque anni precedenti. Queste commistioni tra controllore e controllato sono sempre più gravi e diffuse e dovrebbero indurre a mettere mano a una riforma complessiva delle Authority fissando regole e paletti molto precisi che prevedano anche immediata e completa trasparenza sulla natura e le modalità di questi rapporti, come proposto da Luca Enriques in un’intervista a ilfattoquotidiano.it.

Trasparenza resa ancora più necessaria dal fatto che la normativa attribuisce a Bankitalia (e alla Bce per gli istituti di maggior rilievo) nuovi poteri in termini di vigilanza, tra cui la possibilità di far decadere dall’incarico presidenti, amministratori delegati, consiglieri d’amministrazione e di azzerare l’intero consiglio qualora – a proprio insindacabile giudizio – l’autorità di vigilanza ravvisi che “la permanenza in carica sia di pregiudizio per la sana e prudente gestione della banca”. Un potere immenso e appunto insindacabile che, anche alla luce di recenti sentenze su commissariamenti predisposti dalla stessa Banca d’Italia, è fonte di inquietudine. Il caso della Banca Popolare di Spoleto è del febbraio scorso e lascia davvero interdetti: il Consiglio di Stato ha sentenziato che Bankitalia non avrebbe dovuto proporre il commissariamento dell’istituto e che il ministero dell’Economia, anziché fare da mero esecutore di una decisione presa da altri (il commissariamento), avrebbe dovuto svolgere una propria istruttoria autonoma. Si sarebbe così forse evitato ciò che invece è poi accaduto: la (s)vendita della popolare di Spoleto al Banco di Desio.

Non solo, per la prima volta una sentenza certifica che Bankitalia ha condotto con leggerezza i controlli sull’effettiva capacità patrimoniale della banca e ciò potrebbe determinare l’annullamento di tutti gli atti compiuti dall’amministrazione straordinaria. Posto che sarebbe estremamente complicato per non dire impossibile riportare le lancette dell’orologio al 2013, resta la questione degli enormi danni che questo intervento ha procurato ai soci della banca, agli amministratori ed anche al territorio. E resta ancora una volta il sospetto che le cose siano andate così perché la Banca d’Italia, dall’alto della sua posizione, avesse deciso già anni prima di promuovere un cambio al vertice dell’istituto: nei carteggi a uso interno di Via Nazionale, già nel luglio 2010 (cioè tre anni prima del commissariamento) si paventava un cambio dell’azionariato con l’ingresso nel capitale della popolare di Spoleto di Coop Centro Italia.

Se il caso di Spoleto è clamoroso, rischia di fare un certo rumore anche quello di Bene Vagienna dove la locale banca di credito cooperativo è stata commissariata senza che neanche ricorressero i presupposti di “gravi perdite patrimoniali“, commissariamento che si è aperto e chiuso in meno di un anno (il più veloce della storia) con il solo effetto di estromettere dalla gestione i vecchi amministratori e il direttore generale di Bene Banca affidando la gestione a un commissario che ha operato in pieno conflitto d’interessi. Per contro, per restare alla cronaca recente, situazioni come quella dei Monte dei Paschi, di Banca Carige e Veneto Banca si sono lasciate incancrenire fino ad arrivare alle situazioni di dissesto che sono sotto gli occhi di tutti e con gravissimi danni per la collettività. Una ragione in più per pensare che sia forse giunto il momento di mettere mano a una riforma vera delle Authority con poteri e discrezionalità bilanciati da precisi doveri di trasparenza, con norme rigorose sul conflitto d’interessi e una governance in grado di garantire un’effettiva autonomia dalla politica.