Ezio Tarantelli, l’utopia possibile dell’economista ucciso dalle Brigate Rosse
di Mario Tiberi
Sono passati più di 40 anni da quando Ezio Tarantelli fu ucciso dalle Brigate Rosse il 27 marzo 1985, nel parcheggio della Facoltà di Economia, mentre si accingeva a salire in macchina dopo avere tenuto la consueta lezione di economia politica. Era la “sua” facoltà, dove era stato studente-lavoratore, assistente ordinario e, infine, professore ordinario.
La sua figura resta impropriamente legata alla riforma della scala mobile sfociata nell’Accordo di San Valentino, raggiunto con Cisl, Uil e Confindustria il 14 febbraio 1984. In realtà, la sua proposta era molto diversa da quella contenuta nel decreto dal governo Craxi, perché prospettava uno “scambio politico” tra governo e sindacato, nella quale la moderazione salariale avrebbe dovuto comportare un aumento dell’occupazione. Sono personalmente convinto che Ezio sarebbe stato il primo a manifestare la sua insoddisfazione rispetto a quel provvedimento, denunciando che si trattava di uno “scambio inesistente”, che infatti negli anni successivi avrebbe prodotto un calo dell’inflazione solo a costo di un aumento della disoccupazione.
Gli ispiratori della formazione accademica di Ezio erano stati: a Roma, Ferdinando Milone e Federico Caffè; a Cambridge (Uk), soprattutto Joan Robinson e al Mit di Boston Paul Samuelson, Robert Solow e Franco Modigliani; con quest’ultimo il sodalizio scientifico fu portatore di stimolanti contributi scientifici, correttamente riconducibili ad un’impostazione interventista, keynesiana e non solo. La sua complessiva formazione culturale era arricchita da letture appartenenti soprattutto al pensiero progressista anglosassone, nonché a quello italiano, che si era espressa in più occasioni col voto al Pci.
È utile ricordare anche l’attenzione di Tarantelli alla dimensione europea, sulla quale aveva iniziato a concentrare la sua illuminante analisi, sostenendo, tra i primi, l’importanza di un’integrazione basata non solo su vincoli monetari, ma anche su strumenti di riequilibrio sociale. Credo che un’immagine molto efficace della sua collocazione politico-culturale si ritrovi nella frase che contrassegnò una raccolta postuma di suoi saggi: L’utopia dei deboli è la paura dei forti.
Il suo precoce curriculum accademico gli consentì, al suo rientro in Italia, di acquisire il posto di assistente ordinario a Roma, l’incarico di Economia del Lavoro nell’Università Cattolica di Milano, oltre alla consulenza in Banca d’Italia. Tarantelli ritornò in Facoltà come professore ordinario di Economia politica, dopo avere conseguito nel 1976 la cattedra di Politica economica a Firenze; nel rituale “medaglione” preparatorio della chiamata a Roma, si può leggere che “i suoi lavori, largamente noti sul piano internazionale, quale che ne sia l’oggetto, presentano elementi di originalità geniale”, ma le Brigate Rosse non erano evidentemente sensibili al suo talento.
I primi anni Ottanta erano anni di crisi per l’economia italiana, caratterizzati da un alto “indice di malessere”, cioè dalla somma del tasso d’inflazione, costantemente a due cifre, e del tasso di disoccupazione, vicino al 10%. La proposta di Ezio è stata spesso definita neocorporativa, ma era esattamente opposta all’impostazione fascista, perché prevedeva che il sindacato fosse soggetto attivo della politica economica, indipendente dal sistema dei partiti e dal governo. Tarantelli prevedeva, infatti, il cosiddetto “scambio politico” tra governo e sindacato: il sindacato si impegnava a moderare le rivendicazioni sui salari monetari, mentre il governo avrebbe riconosciuto il sindacato come interlocutore effettivo nella definizione delle misure di politica economica, in particolare di quelle rivolte ad accrescere il livello di occupazione.
Era una proposta che Ezio aveva caldeggiato col sostegno soprattutto della Cisl, che gli aveva messo a disposizione le risorse necessarie a creare un qualificato gruppo di lavoro; da lui sostenuta, tra l’altro, attraverso numerosi articoli di giornale, che lo avevano reso un bersaglio simbolicamente importante per le residue Brigate Rosse. E non potevano immaginare che la loro sciagurata ansia omicida avrebbe privato di un prezioso alleato il movimento operaio, che essi pretendevano di difendere e rappresentare.
Si discusse quanto di utopistico contenesse la proposta di Ezio e se fosse frutto di ingenuità. Fu Caffè a contestare tale punto di vista, riprendendo una forte affermazione del grande matematico de Finetti, che aveva condotto illuminanti incursioni nella teoria economica: “l’impostazione utopistica della scienza economica consiste proprio nell’esaminare la possibilità di funzionamento effettivo di sistemi economici immaginati come schemi mentali ‘utopistici’”. E Caffè diceva rivolto a Valentino Parlato: “Credo che l’utopia non è altro che l’affermazione di una civiltà possibile contro le strettoie del presente. E che cos’altro faceva Tarantelli se non prospettare una civiltà possibile contro le strettoie del presente?”.