Tassare i ricchi – New York e la California sfidano i miliardari, che minacciano la fuga. Ma i dati smentiscono l’esodo fiscale
Dalle grandi città come New York agli stati liberal come la California, negli Stati Uniti cresce la pressione per tassare grandi patrimoni e rendite immobiliari. Nella Grande mela il sindaco Zohran Mamdani si è inventato la “pied-à-terre tax”, una tassa sulle seconde case di gran lusso comprate come investimento e utilizzate sporadicamente dai super ricchi da cui si attende un gettito da 500 milioni di dollari. In California la proposta di patrimoniale del 5% sui miliardari potrebbe finire direttamente sulla scheda elettorale di novembre. In entrambi i casi la reazione di una parte delle élite economiche è stata furiosa: minacce di trasferimenti, campagne milionarie contro le nuove tasse, accuse alla politica progressista di “punire il successo”.
Il nuovo fronte della battaglia fiscale si è aperto non a caso in stati e città a guida democratica che molto dipendono dai contribuenti ad altissimo reddito per finanziare i propri bilanci – in California quasi metà del gettito dell’imposta personale arriva dall’1% più ricco – e in cui il costo della vita per chi ha redditi normali è proibitivo. E ha fatto emergere dettagli sul funzionamento del sistema fiscale che lasciano a bocca aperta il contribuente medio. Mamdani ha girato il video in cui annunciava la nuova tassa sugli immobili di valore superiore a 5 milioni non adibiti a residenza principale davanti al grattacielo di lusso 220 Central Park South, in cui si trova anche il mega attico del finanziere fondatore della società di servizi finanziari Citadel Ken Griffin. Che ha reagito accusando il sindaco di ostilità nei confronti del successo negli affari e minacciando di espandere le attività della sua azienda a Miami anziché a New York.
Ma quel che rileva è che la sua penthouse da 7000 metri quadri, pagata 238 milioni di dollari – che ne fanno una delle case più costose mai vendute negli Stati Uniti – risulta valutato dal comune appena 9,4 milioni di dollari ai fini delle tasse. Il motivo è che il sistema newyorkese non tassa molti immobili di lusso sulla base del loro reale valore di mercato, ma attraverso formule legate ai potenziali redditi da affitto. Con un effetto che ricorda le annose e mai risolte distorsioni del catasto italiano: valori imponibili molto più bassi rispetto ai prezzi reali degli immobili. Una distorsione che contribuisce sia alla crisi abitativa sia all’esplosione dei prezzi immobiliari.
In California, intanto, due settimane fa i promotori della tassa patrimoniale sui 200 miliardari che risiedono nello Stato dove hanno sede le maggiori Big tech hanno annunciato di aver raccolto oltre 1,5 milioni di firme, quasi il doppio di quelle necessarie per portare il referendum alle urne in autunno. La misura – promossa dal sindacato dei lavoratori dei servizi sanitari SEIU United Healthcare Workers West – prevede una tassa una tantum del 5% sui patrimoni dei miliardari residenti nello stato: azioni, quote societarie, opere d’arte, proprietà intellettuale e altri asset finanziari. Le risorse servirebbero a coprire i tagli federali alla sanità e ai programmi di assistenza decisi dall’amministrazione Trump. Dietro alla stesura tecnica della misura ci sono anche alcuni accademici, tra cui l’economista Emmanuel Saez di Berkeley, uno dei principali studiosi delle disuguaglianze e sostenitore delle wealth tax, coautore di molti lavori con Thomas Piketty e con Gabriel Zucman, grande teorico della necessità di una tassazione minima dei grandi patrimoni a livello globale.
La proposta ha però aperto uno scontro violentissimo dentro il mondo democratico. Il governatore Gavin Newsom, considerato un possibile candidato presidenziale nel 2028, si è schierato apertamente contro il referendum, definendolo pericoloso per la stabilità economica dello stato. Il timore è che una fuga anche limitata dei grandi patrimoni possa provocare perdite di gettito per centinaia di milioni di dollari. Tra i principali oppositori ci sono alcuni dei nomi più noti della Silicon Valley. Sergey Brin, cofondatore di Google, ha donato almeno 45 milioni di dollari a un Super Pac che punta a contrastarla. Eric Schmidt, ex amministratore delegato del motore di ricerca, ha contribuito con oltre 3 milioni. Larry Page, altro cofondatore, ha trasferito diverse società fuori dalla California e acquistato proprietà in Florida. E pure Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Meta–Facebook, ha comprato una maxi-residenza a Miami. Ma Jensen Huang, nona persona più ricca al mondo e ad del gruppo dei semiconduttori Nvidia, ha fatto sapere che non ci pensa nemmeno ad andarsene, qualsiasi tassa gli vogliano applicare: “Mi va benissimo“.
Ma, al di là delle suggestioni, cosa dicono gli studi sulla “fuga” dei contribuenti facoltosi a fronte dell’introduzione di nuove tasse? Il sociologo Cristobal Young, che studia da anni la mobilità fiscale dei milionari e al tema ha dedicato il libro The Myth of Millionaire Tax Flight: How Place Still Matters for the Rich, è arrivato alla conclusione che i milionari si spostano relativamente poco e che l’effetto di nuove tasse è contenuto. Tutt’altro che un esodo. Uno studio di Young e Charles Varner dello Stanford Center on Poverty and Inequality proprio sulla California ha trovato che le variazioni nel numero di milionari dipendono soprattutto dall’andamento dell’economia e dei mercati finanziari, non dalle riforme fiscali. Chi davvero scappa, volente o nolente, sono invece soprattutto le famiglie “normali” con figli, espulse dalle grandi città causa costo della vita e affitti fuori controllo.