È dal 2019 che si interviene sulle pensioni con norme incostituzionali
di Roberto Celante
Un articolo di Roberto Rotunno su ilfattoquotidiano.it dell’8 maggio 2026 ha presentato uno studio della Cgil sugli effetti della parziale riforma delle pensioni introdotta con la Legge di Bilancio 2024. Le stime del sindacato prevedono penalizzazioni di decine di migliaia di euro per i destinatari di tale riforma che optassero per la pensione di anzianità, sia a causa della revisione del criterio di calcolo della pensione, sia per l’allungamento delle finestre mobili, che costituisce un surrettizio aumento dell’età pensionabile.
Il problema principale non sono le pur odiose penalizzazioni, ma la platea dei destinatari della norma, perché non sono incostituzionali soltanto le leggi “ad personam”, ma anche quelle “ad ordinem”. Questa riforma, infatti, è una norma destinata soltanto ad alcune categorie di dipendenti pubblici (sanitari, insegnanti d’asilo, funzionari degli enti locali e ufficiali giudiziari), senza che vi sia la benché minima ragione che possa giustificare la disparità di trattamento rispetto agli altri lavoratori, sia pubblici, che privati. Tradotto: si tratta di una violazione del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost.
Il guaio è che non si tratta della prima, ma già della quarta norma incostituzionale sulle pensioni. La prima fu la L. 26/2019, di conversione del D.L. 4/2019, con cui veniva sospesa l’operatività della Riforma Fornero per tre anni, circa i requisiti di accesso alla pensione, sostituiti con la cd “Quota cento”, e fino al 31/12/2026, per l’applicazione degli adeguamenti alla speranza di vita. Poi seguirono “Quota centodue” e “Quota centotre”, introdotte con le Leggi di Bilancio 2022 e 2023. In tutti questi casi, si ammorbidiva il regime pensionistico, esclusivamente a vantaggio di chi, con la somma di età anagrafica e di anzianità contributiva, riusciva a raggiungere la “quota” di turno.
Perché si trattò di norme incostituzionali? La Riforma Fornero, ancorché severa, aveva una caratteristica che la rendeva compatibile con la Costituzione: era una riforma strutturale, cioè valida astrattamente per sempre (fino alla norma organica successiva) e per tutti, senza fare distinzioni fra lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Le tre norme introduttrici delle “quote”, invece, erano per propria stessa ammissione, dei provvedimenti che non superavano la Riforma Fornero, ma la “congelavano”, prevedendo essi stessi la data in cui essa avrebbe ripreso ad avere efficacia. Furono, quindi, provvedimenti transitori e destinati a favorire soltanto una determinata platea di beneficiari, in aperta violazione del principio di uguaglianza (art. 3 Cost.).
Quindi, è dal 2019 che si interviene sulle pensioni con norme incostituzionali: questo è inconcepibile ed inaccettabile. Il problema riguarda, evidentemente, la competenza del legislatore, ma la cosa più grave è un’altra. Oltre alla beffa per gli esclusi, infatti, la discriminazione genera, da un lato, un senso di sfiducia verso le Istituzioni; dall’altro, l’impressione che in Italia non ci sia spazio per l’equità. Gli effetti possono essere devastanti, perché se si percepisce che lo Stato non è leale con i propri cittadini, come si può pensare che essi affollino le urne? Come si può sperare che regga la fedeltà fiscale? Come si può pretendere che gli immigrati rispettino le nostre leggi? Qual è il livello di civiltà che vogliamo offrire ai nostri figli? È anche per questo motivo che i nostri giovani lasciano l’Italia.
Da un cortocircuito di questo tipo, si esce proprio tramite il recupero del rispetto della Costituzione: i cittadini hanno dimostrato di volerle ancora bene, nell’ultimo referendum. Devono necessariamente ricominciare a dimostrarlo anche i politici, il cui compito primario sarebbe impegnarsi a darne sempre maggiore attuazione, in tutti gli ambiti. Nella situazione attuale, anche cominciare a non violarla più sarebbe un bel passo avanti…