Due fedelissimi di Tòtò Cuffaro, il luogotenente di Raffaele Lombardo, più l’ex sindaco di Aci Catena, rimosso dal prefetto dopo una brutta storia di boss assassinati e funerali vietati. Sono gli ultimi acquisti del Partito Democratico in Sicilia: sull’isola degli alambicchi, da sempre laboratorio politico nazionale, il partito di Matteo Renzi dimostra ancora una volta di non avere alcun imbarazzo nel reclutare nuovi sostenitori. L’ultima campagna acquisti ha pescato a piene mani nella pattuglia di deputati regionali iscritti ad Articolo 4, il partito fondato da Lino Leanza (già vice di Cuffaro e Lombardo) per appoggiare il governatore Rosario Crocetta, sfuggendo ai diktat romani dell’Udc. Solo che da qualche mese Leanza ha abbandonato la sua creatura, per creare l’ennesima lista fai da te (battezzata Sicilia Democratica, in barba all’originalità).

I cinque deputati rimasti orfani hanno dunque scelto di farsi folgorare sulla via della Leopolda: e poco importa se la loro personale storia politica sia sempre stata lontana anni luce dal centrosinistra. Dal Pd non sono andati per il sottile, preferendo piuttosto accogliere a braccia aperte i cinque nuovi arrivi. Dopo giorni di mezze voci e smentite integrali ci ha pensato il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone a mettere la firma sulla operazione. “No a un modello chiuso: ci vuole un atteggiamento aperto, senza avere paura. La nostra ambizione deve essere quella di allargare l’orizzonte”, ha annunciato soddisfatto il luogotenente del premier, intervenendo alla direzione regionale del Pd. “Non ci si deve porre problemi stile Troisi: Chi siete? Cosa volete? Un fiorino”, ha poi continuato Faraone, riuscendo incredibilmente a rimanere serio.

Ma chi sono i deputati siciliani appena convertiti al verbo di Renzi? A guidarli c’è un giovane parlamentare di Catania: si chiama Luca Sammartino ed è alla sua prima esperienza all’Assemblea Regionale Siciliana. Eletto con l’Udc, partito che ha poi lasciato per seguire Leanza, Sammartino ha conquistato le pagine dei giornali già in campagna elettorale: dalla clinica etnea Humanitas partivano telefonate indirizzate ai malati di tumore, che invitavano a votare per lui.

Humanitas non mi rappresenta in nessun modo e a nessun titolo. Se queste telefonate sono state fatte, sono a titolo assolutamente privato” si era giustificato il diretto interessato, che è figlio di Annunziata Sciacca, direttore sanitario della stessa clinica oncologica. Chiaramente, soltanto una coincidenza. Si scopre renziano doc anche Paolo Ruggirello, vero e proprio globetrotter dell’arco costituzionale. Eletto nella lista di Nello Musumeci, per anni luogotenente trapanese del Movimento per l’Autonomia di Lombardo, Ruggirello esordisce in politica da assistente di Bartolo Pellegrino, deputato socialista, vicepresidente di Cuffaro, arrestato e poi assolto per concorso esterno a Cosa Nostra, celebre per aver definito “infame” un personaggio che aveva parlato con i carabinieri (a loro volta etichettati come “sbirri).

Il neo renziano Ruggirello viene da una famiglia molto nota in Sicilia: il padre Giuseppe creò dal nulla la Banca Industriale negli anni ’70, arricchendosi in maniera tanto repentina da meritare addirittura un’interrogazione parlamentare che puntava a fare luce sull’origine del suo successo economico. “Si chiede di conoscere a quale improvvisa fortuna si debba l’arricchimento del ragioniere Giuseppe Ruggirello”, scrivono nel 1972 i deputati del Msi Franchi, Nicosia e Marino. Interrogazione che rimarrà lettera morta, mentre nel 1997 il nome di Giuseppe Ruggirello salterà fuori addirittura in un’inchiesta che coinvolge Enrico Nicoletti, cassiere della banda della Magliana.

Acqua passata, dato che dopo aver cambiato sigle e partiti, Ruggirello junior sembra aver trovato confortevole asilo nell’ambiente democratico. Ha cambiato partiti in serie anche un’altra new entry dei democratici: Raffaele Nicotra, detto Pippo, già indagato (e archiviato) per voto di scambio, che ha in curriculum presenze nel Nuovo Psi, in Nuova Sicilia, nel Mpa, nel Pdl, fino all’Udc che lo ha eletto all’ultimo giro. Nel 1993 Nicotra da sindaco di Aci Catena si oppose al divieto dei funerali pubblici per un parente del boss mafioso della zona. Sfidò il questore, e contrariamente alle sue direttive si recò platealmente al cimitero per abbracciare la famiglia del defunto. Pochi giorni dopo il prefetto di Catania decise di rimuoverlo da sindaco, mentre il consiglio comunale venne sciolto per mafia.

Poco male, perché in Sicilia può succedere anche che uno come Nicotra riesca, poco dopo quella brutta avventura, non solo a farsi eleggere all’Ars, ma addirittura a guadagnare un posto in commissione regionale antimafia: un paradosso da far impallidire Luigi Pirandello in persona. “Qui si rischia una messa in crisi del sistema dei valori: quest’operazione può avere le caratteristiche di un mercimonio”, si lamenta l’ex presidente dell’Antimafia regionale Lillo Speziale, uno dei pochi a criticare apertamente l’ultima campagna acquisti democratica.

Parole rarissime nel Pd dei “grandi orizzonti”, capace ormai di accogliere chiunque si professi seguace del premier, senza dare neanche uno sguardo al curriculum. Sullo sfondo, però, i mal di pancia aumentano: in molti iniziano a porsi i “dubbi alla Troisi”, per citare la goffa battuta di Faraone. L’impressione è che dopo gli ultimi acquisti una nutrita pattuglia di iscritti sia pronta ad abbandonare il Pd, sempre più simile all’Udc di cuffariana memoria, ormai lontanissimo parente dal partito che in Sicilia aveva il volto di Pio La Torre.

Twitter: @pipitone87