American Sniper, Boyhood o Birdman? L’incertezza regna sovrana tra gli otto titoli che gareggiano per l’Oscar 2015 come miglior film. Paradossalmente bisogna iniziare dal fondo per arrivare al nocciolo della questione. Chi non ha nemmeno una chance di vincere l’ambita statuetta sono: The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, Whiplash di Damien Chazelle e (ahinoi) Selma di Ava Duvernay.

Troppo lontano nel tempo il tiepido gradimento del pubblico per il primo – è uscito nella primavera 2014-; troppo piccino e indipendente, anche se affascinante e bizzarro nel risultato, il progetto del secondo; troppo snobbato, non stroncato, da critica e industria che contano il muscolare biopic su Martin Luther King. Tolti questi tre film ne rimangono cinque, il numero perfetto per le candidature agli Oscar fino al 2010 quando l’Academy ha deciso di allargare a otto il numero di nominati come miglior film. Nella cinquina caso a sé risultano i due film “all british”: La teoria del tutto e The Imitation Game.

The Imitation Game
Intanto vige una sorta di norma di buona creanza che come i titoli a produzione americana sono oramai mescolati ai gioielli di Sua Maestà per i Bafta, anche le produzioni inglesi si mimetizzano come ridere tra i cugini d’oltreoceano. Questo significa che un film come The Imitation Game, interamente girato in Gran Bretagna, con attori tutti britannici, su un personaggio storico inglese come Alan Turing ma con capitali Usa (Black Bear Pictures e Bristol Automotive), diventi uno dei titoli di punta di questa notte degli Oscar (otto le nomination).

La teoria del tutto
Il film diretto da Morten Tyldum potrebbe però diventare l’agnello sacrificale della serata, perché il risarcimento agli “inglesi” dovrebbe risultare l’Oscar come miglior attore per Eddie Redmayne ne La teoria del tutto, dove interpreta il fisico Stephen Hawking, a sua volta star mediatica nell’ambito scientifico internazionale. L’agguerrita battaglia per il miglior film si concentrerebbe così sui tre titoli prettamente statunitensi della cinquina.

American Sniper
Forte, anzi fortissimo, sospinto da un successo al box office che impressiona, oltre 360 milioni di dollari d’incasso nel mondo in nemmeno due mesi, American Sniper di Clint Eastwood rischia di diventare il The Hurt Locker di questa edizione 2015, cioè il vincitore che non t’aspetti (nel 2010 il film della Bigelow batté a sorpresa Avatar dell’ex marito James Cameron ndr). Inoltre c’è anche una componente politica che accompagna il 35esimo titolo dell’85enne regista di San Francisco. Checché se ne dica il film di Eastwood è, come decine di altri suoi lavori, un rilancio etico dello spirito da cowboy di frontiera: sopravvive chi spara per primo da Callaghan a Billy Munn de Gli Spietati.

Messa in questi termini il cecchino Chris Kyle, interpretato da Bradley Cooper, eroe nazionale accolto con bandiere e trionfo dopo aver ammazzato donne e bambini jihadisti, non fa difetto anzi eleva l’assunto a summa prodigiosa di una poetica da autore/attore/icona politica repubblicana che è radice fondante di un intera nazione. Difficile quindi spodestare Clint da terzo incomodo di questa partita per gli Oscar che lo rivede protagonista dopo dodici nomination e quattro statuette vinte con sempre Warner Bros e la sua Malpaso a produrre: miglior regista e miglior film sia per Gli Spietati (1992) che per Million dollar baby (2004).

Boyhood
Boyhood è invece il film sostanzialmente indipendente del terzetto favorito (producono la piccola IFC Productions e la Detour Filmproduction di Linklater) con anche un’idea di messa in scena che travalica qualsiasi possibile, e normale, progetto hollywoodiano: la storia del piccolo Mason dai 5 ai 18 anni è stata concepita, scritta e infine girata rispettando il lasso di tempo di un anno tra un set e l’altro – quindi 12 anni in tutto di riprese – per seguire passo passo la vera crescita del bimbo fino all’adolescenza, compresi il padre e la madre (separati) come le comparse di secondo piano. Pur essendo stato presentato in anteprima al Sundance oramai oltre un anno fa e avendo raccolto il plauso di una buona fetta di critica, un premio alla Berlinale 2014 e infine un numero sufficiente di spettatori (quasi 26 milioni dollari con uscite scaglionate in otto-nove mesi di distribuzione Universal) Boyhood ha anche raccolto un paio di premi “pesanti” tra Golden Globe e Bafta che lo spingono ad essere un contendente fortissimo all’Oscar come miglior film 2015.

Birdman
C’è poi, infine, il caso Birdman, una produzione New Regency Pictures, M Prods, Grisbi Productions, TSG Entertainment, Worldview Entertainment, e distribuzione 20th Century Fox. La prima mondiale al Festival di Venezia 2014, un discreto successo di pubblico (37 milioni d’incassi) e buone recensioni soprattutto negli Stati Uniti, il film di Iñarritu s’impone sia dal punto di vista stilistico, a livello formale è una meraviglia per gli occhi e all’ascolto, sia dal punto di vista del racconto in quanto la riflessione sul senso d’inadeguatezza culturale ed esistenziale dell’attore cinematografico hollywoodiano da blockbuster di fronte alla fama immotivata e alla necessaria dose di riconoscimento sociale, è un tema di autocritica comunque non ribellistico che ha colpito i giurati dell’Academy. Il verdetto oramai all’alba di lunedì 23 febbraio 2015.