Dicendo strumento musicale si pensa solitamente a piano, chitarra o fiati. Più raramente alla batteria, che è invece cuore e polmoni di ogni orchestra, e ogni batterista la personificazione del ritmo più profondo. In Whiplash un giovane musicista con la necessità e l’ambizione a diventare grande performer si scontra con il suo direttore d’orchestra jazz. La posta in palio è la perfezione. Ma l’esecuzione della vita ha un prezzo. Così le bacchette feriscono le mani per gli estenuanti esercizi a casa, mentre le nottate passate tra le umiliazioni inflitte dal direttore Flatcher forgiano, corrodendola, anche la personalità di Andrew. Fino a che punto potrà spingersi il ragazzo?

Proprio sui limiti sembra concentrarsi lo studio umano di Damien Chazelle. Il regista di Providence è un trentenne con alle spalle due partecipazioni a sceneggiature hollywoodiane dell’emisfero indie, Grand Piano con Elijah Wood e l’horror The Last Exorcism. Poi un primo lavoro di direzione prodotto da John Turturro, Guy and Medeline on a Park Bench, premiato al Torino Film Festival del 2009 con il Premio Speciale della Giuria.

Nel 2013 era al Sundance con Whiplash, omonimo cortometraggio musicale stesso plot e stesso maestro di musica implacabile tutto nervi t-shirt nere di J.K. Simmons. Dal 12 febbraio, con un Golden Globe e cinque nomination all’Oscar – miglior attore non protagonista, miglior film, miglior sceneggiatura non originale, miglior montaggio e miglior sonoro – la sua ultima fatica giunge nelle sale italiane per far tremare anche il nostro pubblico.

Nella sua semplicità formale, questa sceneggiatura venuta da un corto fila senza troppi intrecci per infliggere al pubblico una serie di colpi che assestano quelli febbrili sulla batteria dati da Miles Teller. Viso da innocuo ragazzotto vicino di casa, il suo personaggio, Andrew, è schiavo della sete di successo. Avidità e insieme umiltà dell’imparare lo mettono completamente nelle mani di un direttore violento come un aguzzino e dall’imponente performance di un Simmons in stato di grazia.

Chazelle infonde nella sua creatura geniale alcuni tratti da sergente maggiore di Full Metal Jacket declinandolo a una ossessiva militarizzazione musicale. Carattere, quello del maestro di musica, hollywoodianamente stereotipato in placidi insegnanti gregari, mentre il batterista nell’immaginario collettivo è un rocker che fugge dall’orchestra per la sua band.

L’autore accartoccia tutto questo, non scherza, ci va giù duro e tiene il jazz. Di solito un duo allievo-maestro inizia da una tensione che punta al limite, per poi superarlo. I suoi invece partono già sul quel limite e non fanno che lasciarselo alle spalle sempre più lontano. Territorio emotivamente oscuro, inesplorato. Non è tanto il buon maneggiare la macchina da presa che rapisce. Il montaggio è sublime, e la batteria offre dei tagli estetici quasi naturali, da videoclip. Ma la pura alchimia tra direzione e attori è quel tipo d’uragano emozionale che il teatro riesce a offrire più spesso del cinema. Tranne qui.

Così i corpi si fondono allo strumento: grancassa e braccia, sudore e charleston, minacce e crash, sangue e rullanti sprizzano dallo schermo con un ritmo senza tregua, coagulando in una colonna sonora praticamente fisica, che riempie i protagonisti di una verità espressiva che fa tremare. Viene ingoiata qualsiasi ironia, pur presente, da una storia imprevedibile non per il “come andrà a finire”, ma per il “come ci arriveremo”. E a prescindere da candidature, statuette e soprammobili luccicanti, quello che premia Chazelle e i suoi è proprio questa verità midollare restituita ad arte.

Il trailer di Whiplash