“Che nessun uomo venga lasciato indietro”. La legge degli US Navy Seal è implacabile ma nessuno ad oggi è riuscito a incarnarla letteralmente quanto Chris “Leggenda” Kyle, il cecchino più letale della storia militare americana. Una vicenda elevata a mito la sua quando, dopo anni trascorsi in Iraq a combattere e “proteggere la mia Patria, il più bel Paese del mondo”, fu assassinato nel 2013 a pochi chilometri da casa sua in Texas per mano di un reduce di guerra disturbato. Un paradosso tutto americano, quanto profondamente americano è l’eroismo di cui è ammantato il ricordo di quest’uomo, martire contemporaneo della nazione più contraddittoria del pianeta.

Una storia di tale portata non poteva sfuggire all’obiettivo attento di Clint Eastwood, l’irriducibile cantore della Storia a stelle&strisce e della sua umanità, disgregata ma sempre speranzosa. American Sniper, 132’ di racconto epico nelle sale dal 1° gennaio, è la nuova sfida cinematografica alla follia della guerra da parte grande regista/attore dopo il dittico Flags of our Fathers/Lettere da Iwo Jima, tanto innamorato del proprio Paese da esserne divenuto una sorta di Padre amorevole e severo, inattaccabile e incorruttibile dal dilagante “pensiero debole”, per dirla filosoficamente.

Se Eastwood comprende in profondità la fragilità umana – e ogni suo film ce l’ha finora dimostrato – la sua espressione etica segue traiettorie talmente cristalline da essere talvolta confuse per moralismo. Di fronte alla rigidità del Soldato Kyle, incarnazione repubblicana (e texana) dell’Eroe nazionale, novello Cavaliere senza macchia e senza paura, Clint si pone con uno sguardo/atteggiamento artistico solo apparentemente classico: il suo scopo infatti, sembra essere quello di far identificare la macchina da presa con il disfacimento psicologico (e morale) in corso del corpo/macchina da guerra e, più in esteso, del dispositivo guerrafondaio statunitense.

Se Kyle appare inizialmente invincibile e con ogni cosa “sotto controllo”, è chiaro che la sua mente e il suo corpo – che gradualmente sembra “esplodere” di muscoli e rabbia – devono fare i conti con i terremoti adrenalinici, con la distonia percettiva di questa e di “quell’altra” realtà, con la tipica schizofrenia di chi è coinvolto in ogni sorta di conflitto. Dalla II Guerra Mondiale alla Vietnam War ed ora all’11 settembre – Guerre del Golfo, l’eredità della cinematografica sui deflagranti effetti traumatici post belli è ormai corposa, ed Eastwood ne aggiunge un tassello importante – benché non perfetto quanto altri titoli della sua ricca filmografia – specie all’evidente senso di smarrimento americano post 9/11 almeno quanto i fondamentali ultimi film di Kathryn Bigelow. Nei non facili panni mimetici dello scomparso Kyle, celebrato in Usa quale eroe di guerra, è un impegnato Bradley Cooper (anche produttore esecutivo) che ha accettato di aumentare sensibilmente la sua massa corporea per facilitare la percezione di un Corpo macho da superhero tormentato e sull’orlo di un inevitabile precipizio.

Il trailer di American Sniper