La Norman Atlantic non brucia più. L’incendio a bordo è stato spento. E sabato mattina per la prima volta i vigili del fuoco hanno messo piede nel cuore del ponte 3, fino a raggiungere la porta del pilota sulla murata sinistra, aprendola. La stessa operazione è stata condotta nel pomeriggio sul lato destro. Nessun colpo di coda della brace, solo tanto fumo che nel corso della giornata ha abbandonato i circa 30mila metri quadri del garage. Tanto che domani riprenderanno le attività di polizia giudiziaria, forse anche alla presenza dei pm Ettore Cardinali e Federico Perrone Capasso lì dove secondo le prime tesi investigative il rogo del traghetto ha avuto origine la notte del 28 dicembre. Due settimane dopo il bilancio è ancora provvisorio: 11 morti accertati e un numero di dispersi che oscilla tra dieci e quindici. I parenti sono venuti a cercarli fin sulla banchina del porto di Brindisi, chiedendo di avere notizie il prima possibile. Ma il fuoco ha impiegato tredici giorni per smettere di arroventare la Norman. E forse ora, visto l’arrivo delle prime carte dalla Grecia e la possibilità di calarsi nella pancia del relitto, inquirenti e investigatori potranno dare una sterzata alle indagini iniziando a chiarire tutti i punti che non tornano. Partendo da quella notte, dall’attracco a Igoumenitsa, ultima sosta prima di fare rotta verso Ancona.

La nave poteva partire?
È una domanda che la Procura si è posta. Il mare era in condizioni proibitive ma a pochi giorni dal Capodanno fermare i tir avrebbe potuto comportare ingenti perdite di carico. E la responsabilità, in quel caso, sarebbe stata della compagnia Anek Lines. E sempre a Igoumenitsa, ha raccontato a Il Fatto Quotidiano Urania Thireou, una passeggera greca, “nel garage quattro uomini dell’equipaggio parlavano di sole quattro spine disponibili”. Ma nel porto c’erano molti camion frigorifero ad attendere. Come è stato risolto il problema? In qualche modo le celle frigo devono essere state alimentate, altrimenti la merce sarebbe deperita. Sempre Il Fatto aveva raccolto la testimonianza di Yousri Wadan che durante la sosta nel porto dell’Epiro dice di aver sentito due gruppi di greci e turchi, seduti in caffeteria, “ripetere che c’era un problema”.

Quanti passeggeri erano a bordo?
È un altro interrogativo da sciogliere. Perché i magistrati italiani attendono ancora una lista ufficiale dalla Grecia. E al momento i numeri non tornano. La mattina del disastro i primi lanci di agenzia parlano di 411 passeggeri e 56 membri dell’equipaggio per un totale di 467 persone a bordo. Sono gli stessi numeri raccolti poco dopo le 4.30 da Olympia Radio, stazione costiera greca che ha rilanciato il mayday, che afferma che “sulla nave ci sono 411 passeggeri e 55 persone dell’ equipaggio”. Fornisce le stesse cifre il comandante Argilio Giacomazzi, indagato per naufragio, omicidio colposo e lesioni assieme all’armatore Carlo Visentini, ai legali rappresentanti dell’Anek e a due membri dell’equipaggio? Una risposta definitiva arriverà dall’incidente probatorio sulla scatola nera. Di certo a operazioni concluse i dati sono molto diversi. Sono state tratte in salvo 477 persone, tra cui tre clandestini, undici sono le vittime e all’appello mancano ancora una decina di passeggeri. Il numero finale potrebbe essere 499. Perché c’è una discrepanza di almeno 32 persone tra i dati finali e quelli che sarebbero stati forniti subito dopo lo scoppio dell’incendio?

Allarme e sistema antincendio: ha funzionato tutto?
Il mayday viene lanciato alle 4.30 ma tanti passeggeri raccontano di fumo e panico a bordo già mezz’ora prima dell’s.o.s e dicono “di non aver sentito l’allarme antincendio”. Questo è uno dei punti sui quali gli inquirenti hanno puntato sin dai primi sopralluoghi sulla Norman dopo l’attracco a Brindisi. Vogliono capire se qualcosa non ha funzionato nel sistema di spegnimento che dovrebbe attivarsi se in un settore della nave c’è uno sbalzo di temperatura e anche la sola possibilità che scoppi un incendio. In quel caso viene allertato solo l’equipaggio, che prova a risolvere la situazione senza informare i passeggeri per non creare panico. Perché invece sulla Norman Atlantic scoppia il caos, tanto che – secondo le testimonianze – sono gli stessi passeggeri a provare ad aprire i cassoni dei giubbotti salvagente e a provare a calare le scialuppe?

L’equipaggio è presente e fornisce assistenza?
Nella denuncia di tre passeggeri albanesi, firmata dagli avvocati Massimiliano Gabrielli, Alessandra Marini e Cesare Bulgheroni, oltre a ipotizzare l’abbandono di incapaci e l’omissione di soccorso, si evidenzia “l’impreparazione da parte dei membri dell’equipaggio” e una situazione che, a causa del caos, può “certamente essere definita di disorganizzazione totale, al limite dell’anarchia ovvero dell’ammutinamento, se risultasse che almeno un terzo dell’equipaggio abbia disatteso gli ordini e abbia calato le scialuppe prima dell’ordine del comandante”. Ma altri passeggeri hanno difeso gli uomini di Giacomazzi e negli scorsi giorni è emersa la storia di Carlo Girolami, ufficiale in seconda addetto alle macchine, tra gli ultimi ad abbandonare la nave dopo aver aiutato decine di persone a imbracarsi al verricello per mettersi in salvo. Tre testimoni hanno invece raccontato a ilfattoquotidiano.it e al The Times di non aver ricevuto alcun aiuto nel tentativo di collegare il traghetto ai rimorchiatori della famiglia Barretta. Le storie di Marios Orfeas Moravicki, Claudio Roveri e Nick Channing-Williams sono pressoché sovrapponibili: “Abbia agito da soli, senza supporto dell’equipaggio. A mani nude e con la sola luce dei telefonini. Ci dicevano cosa dovevamo fare via radio. Si sono rotti almeno quattro cavi”.

I prossimi passi dell’indagine
Ora che l’incendio è spento, gli inquirenti avranno a disposizione l’intera motonave. Venerdì intanto il pm Cardinali è stato in Albania per avviare le rogatorie per il recupero di una zattera di salvataggio che si è arenata sulle coste nei pressi di Fieri e per indagare sul rimorchio del relitto, rimasto nelle acque davanti a Valona per cinque giorni. Lunedì potrebbe essere affidato l’incarico per le autopsie sui nove corpi recuperati e bisognerà anche decidere dove trasferire, sempre all’interno del porto di Brindisi, la Norman Atlantic per procedere all’apertura del portellone e tirare fuori tutti i reperti. L’ipotesi più probabile è la spianata di Capobianco, un’area confiscata in seguito alle indagini sul rigassificatore Lng. Ma restano dubbi non solo tecnico-giuridici. Se arriverà l’ok del gip, si procederà all’incidente probatorio che riguarderà quasi sicuramente anche la scatola nera. Allora tutto inizierà a essere più chiaro.