Se ne sta su un sofà bordeaux all’ingresso dell’hotel Nettuno, dove hanno trovato accoglienza i naufraghi trasportati in elicottero verso la Puglia nelle prime fasi dei soccorsi al Norman Atlantic. Ha un giubbotto beige, un pile verde e un paio di scarpe da ginnastica. Le mani ancora sporche stringono il piccolo cellulare mentre scrive alla famiglia. Si chiama Marios Orfeas Moravicki, ha 41 anni ed è un autotrasportatore greco. Ce lo indica Urania, un’altra sopravvissuta al rogo del traghetto incendiatosi domenica 28 al largo di Corfù con circa 500 persone a bordo: “Lui ha partecipato ai soccorsi”. Gli occhi velati di stanchezza e i capelli spettinati camuffano un ordine interiore che gli permette di ricordare ogni momento di ciò che ha vissuto a bordo e del tentativo di salvataggio al quale ha partecipato assieme a un collega e a due passeggeri. “Con un altro camionista, Iannis, e una coppia di turisti siamo scesi dal ponte del capitano verso la prua per provare ad agganciare il traghetto al rimorchiatore”, dice a ilfattoquotidiano.it. Inizia così il suo racconto, dopo una premessa: “C’erano tanti colleghi che dormivano nel garage, mi hanno detto che avrebbero riposato nei loro mezzi. Non so in quanti siano riusciti a salvarsi”. Non perde la calma, non versa una lacrima né accenna mai un sorriso. “Sono salito a Igoumenitsa durante la notte, ho dormito in cabina con altri tre. Sbarcato ad Ancona, avrei dovuto proseguire verso la Francia”. 

Non ci è mai arrivato, poco dopo è scoppiato l’inferno. Ore in balia del mare, poi i primi soccorsi. Dopo aver sedato l’incendio, grazie ai rimorchiatori della famiglia Barretta e ai vigili del fuoco di Brindisi, sono partiti i tentativi d’agganciare la Norman. “Il nostromo era greco e sapeva che Iannis aveva qualche conoscenza di navigazione. Ha chiesto a lui di scendere, io mi sono offerto per dargli una mano. Altri due passeggeri sono venuti con noi. Non so perché non c’era qualcuno dell’equipaggio”. Sono attimi concitati, c’è una sola cosa che Marios non ricorda, gli orari. “So che era buio, usavo il cellulare come torcia. La nave era inclinata e ho pensato che il rimorchiatore ci avrebbe aiutato a rimetterci in equilibrio. E poi ho pensato che avrebbe potuto trainarci verso costa. Vedevamo quella albanese. Ci hanno detto che eravamo a circa 15 miglia”. Quando arrivano a prua, secondo il racconto di Marios, i quattro passeggeri vengono aiutati dall’equipaggio solo via radio: “Ci dicevano quale cavo dovevamo lanciare e dove attaccarlo. Il primo capitano parlava in italiano con il rimorchiatore, poi in inglese al nostromo che via radio traduceva in greco a noi. Per prendere le decisioni ci mettevamo molto tempo”.

Non vanno a buon fine più tentativi. “Abbiamo gettato i cavi della nave verso il rimorchiatore. Ma ogni volta che riuscivamo ad agganciarlo si rompeva. È successo quattro volte con i cavi disponibili sulla Norman. Il migliore era quello del rimorchiatore. Grazie a quello siamo rimasti agganciati, credo, per due ore”. È stato chiesto a qualcuno dell’equipaggio di venire dove vi trovavate voi? Marios risponde impassibile: “Iannis ha detto alla cabina che era impossibile tirare il cavo in quattro, oltretutto a mani nude. Era molto pesante. Lo abbiamo passato dalla prua al ponte”. Non è bastato. Quando sono arrivati gli elicotteri, Marios è salito a bordo. Si trova in Puglia da due giorni, prima in provincia di Lecce poi a Brindisi. Nella serata di martedì gli viene comunicato che probabilmente riuscirà a rientrare in Grecia entro Capodanno. Potrà iniziare il 2015 a Nausa, con la sua famiglia. La normalità che diventa fortuna. “Non ho bisogno di fortuna. Ne ho avuta tanta, sono qui e il prossimo anno lo vivrò”.

di Antonio Massari e Andrea Tundo

 Twitter: @antonio massari  e @AndreaTundo1

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