British gas rinuncia a Brindisi, al rigassificatore da 800milioni di euro che avrebbe voluto far sorgere nell’area di Capo Bianco. A dare la comunicazione, dalle colonne del Sole 24Ore, direttamente l’amministratore delegato per l’Italia, Luca Manzella. La società energetica inglese se ne va, dice, per la troppa burocrazia. “Non si può pensare che una grande multinazionale blocchi un progetto per oltre undici anni. A tutto c’è un limite”. Dunque, si apre la procedura di mobilità per i venti dipendenti pugliesi, perché “la casa madre, delusa e scoraggiata dal prolungarsi all’infinito del braccio di ferro con le autorità italiane e nonostante i 250milioni di euro già spesi, ha deciso di riconsiderare dalle fondamenta la fattibilità dell’investimento”.

“Quello che possiamo fare è cercare di fare in modo che le procedure di autorizzazione dei progetti di investimento avvengano in tempi brevi- ha commentato Corrado Clini, ministro dell’Ambiente- ma è una decisione della British gas, non è nostro mestiere quello di procacciare opportunità di investimento per le imprese”.

Il parallelo che il colosso britannico fa è con il rigassificatore gemello costruito in Galles. Lì cinque anni per ottenere autorizzazioni e far entrare già in funzione l’impianto. Qui undici anni di procedure mai concluse, con una valutazione di impatto ambientale che si è aperta nel luglio 2010 e non è stata ancora portata a compimento.

Quel che non si dice, però, è cosa ha segnato quegli undici anni: un’inchiesta per un giro di tangenti, il sequestro del cantiere, una procedura di infrazione aperta a carico dello Stato italiano da parte dell’Unione Europea. Di più. Quel che viene sottaciuto è che si è ad un passo dall’ultima udienza del processo di primo grado che ha come imputati i dirigenti della British Gas e della società figlia, la Brindisi Lng. Si terrà proprio venerdì 9 marzo, infatti, presso il Tribunale di Brindisi. Per il 16 marzo, invece, è attesa la sentenza, su cui pesa la richiesta, avanzata dal pm Giuseppe De Nozza, di confisca dell’intera area di Capobianco, una colmata presumibilmente fuori legge su un’area demaniale.

Al centro della bufera giudiziaria, infatti, è finito l’intero iter che ha portato, nel 2003, al rilascio del decreto autorizzativo da parte dell’allora governo Berlusconi. È in seguito alle indagini della Digos e della Guardia di Finanza, su delega della procura di Brindisi, che si è giunti, nel febbraio 2007, agli arresti del presidente di British Gas Italia, Franco Fassio, di due manager, dell’ex primo cittadino Giovanni Antonino e dell’agente marittimo Luca Scagliarini. Questi ultimi, secondo l’accusa, sono i destinatari di mazzette ricevute dalla società inglese in cambio del rilascio dei permessi. Per tutti, comunque, si è proceduto per i reati di corruzione, falso e occupazione abusiva di area demaniale marittima.

A ricordare il particolare è il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola: “Devo ricordare sommessamente che questa vicenda è attualmente interessata da un procedimento penale proprio a causa di alcune presunte irregolarità. Se la British Gas ha avuto problemi con l’insediamento dell’impianto di rigassificazione nel porto di Brindisi – ha detto – questi non sono dipesi certamente dalla lentezza della macchina burocratica, bensì dalla pretesa della British di eludere le procedure di valutazione ambientale e di imporre un luogo da sempre e da tutti giudicato inidoneo. Una scelta quindi compiuta, caparbiamente, contro la sensibilità della comunità e contro tutti i pareri formali degli enti locali coinvolti: comune, provincia, regione. Una strada impervia e prepotente”.

Certo, la coincidenza delle date e la prossimità alla chiusura del processo non sfuggono ai movimenti ambientalisti locali. “Se questo è un colpo di teatro, Bg sappia che non sortirà effetti. E se l’intenzione è quella di provocare tensione e pressione sul governo e sui giudici, questo non è il modo”. Doretto Marinazzo, portavoce di Legambiente Brindisi, non si fida. “Oltre alla vicenda giudiziaria – dice – l’amministratore delegato Manzello ha dimenticato di dire pure che sul procedimento insiste una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per la violazione di due direttive, quella sulla Valutazione di impatto ambientale e quella sulla consultazione popolare, entrambi passaggi previsti per legge ma poi saltati. È questo che ha comportato la riapertura dei termini per una nuova valutazione”.

Che la vicenda abbia i suoi risvolti e le sue implicazioni nazionali e internazionali è un dato di fatto. E non è un mistero neppure l’interessamento diretto del governo britannico. “Il primo ministro inglese Blair voleva che si facesse il rigassificatore a Brindisi e il presidente del consiglio Berlusconi si era impegnato personalmente a che la richiesta del collega inglese andasse a buon fine. Berlusconi aveva garantito che non ci sarebbero stati ostacoli nel realizzare a Brindisi l’impianto, ma io ritenevo che fare il rigassificatore lì fosse un’assurdità perché nel territorio c’erano già due centrali a carbone e un petrolchimico”. È questa una delle dichiarazioni più scottanti rese nel corso del processo, quella di Franco Tatò, dal 1996 al 2002 amministratore delegato dell’Enel, che stava valutando la possibilità di approvvigionare questo combustibile per la vicina centrale di Cerano.

Ora che British Gas ha sbattuto la porta, tuttavia, sul territorio non tutti la pensano allo stesso modo. “E’ stata una battaglia vinta perché la città non voleva l’impianto costruito in quel sito, ma è un’occasione persa sia per l’investimento così importante che per i tanti posti di lavoro”, sottolinea il presidente della Provincia Massimo Ferrarese. Tuonano invece le associazioni delle piccole imprese e la Claai degli artigiani: “E’ il fallimento di un’intera classe politica. L’aver impedito la realizzazione del rigassificatore chiama in causa sia le responsabilità dei governi nazionali, ma soprattutto quelle dei governi locali, che sono stati al carro di sparuti gruppi sedicenti ambientalisti, che non hanno mancato di strumentalizzare quella battaglia per altri fini meno nobili”. Altri dieci giorni e sarà il tribunale a stabilire, a questo punto, chi ha ragione.