“Ora ci provo io”, dice via radio il comandante del rimorchiatore Adriatic intorno alle sei del pomeriggio. I fratelli Barretta hanno appena tirato il fiato, stanno decidendo come trainare a Brindisi la Norman, quando parte lo sfottò con il comandante albanese – “provaci tu, a rimochiarlo” – che ha accettato la sfida, ha agganciato il traghetto e s’è avviato verso il porto di Valona, lasciandoli a bocca aperta. Più di uno scippo, una beffa, che da oggi porterà strascichi tra i governi italiano e albanese, mentre 214 passeggeri restano sulle navi militari italiane, dopo 48 ore, in attesa di essere ancora sbarcati.

Alle 21.44 la Norman Atlantic è a tre miglia da Valona, trainata da un piccolo rimorchiatore, mentre i tre rimorchiatori di Barretta e altri due greci li seguono, ma ormai pare senza successo. Più che di una guerricciola tra capitanerie di mare, è un cedimento alla logica, perché sin dall’inizio di questa storia, le leggi della fisica e del Libeccio forza 8, dimostravano di non piegarsi alla volontà di nessuno. Qui ormai è tutta una catena. Dicono a Brindisi, nel tardo pomeriggio, durante l’incontro dell’unità di crisi: “La nave San Giorgio (che trasporta centinaia di passeggeri scampati alla morte) non parte per l’Italia finché i rimorchiatori dei fratelli Barretta non hanno la certezza di rimorchiare la Norman Atlantic a Brindisi”. Il motivo: “C’è un’inchiesta in corso, il traghetto è stato sequestrato, dobbiamo essere certi che i rimorchiatori della Barretta lo portino qui”.

Il punto è che, ben prima che partisse l’indagine, i rimorchiatori dei fratelli Barretta erano determinati – senza nulla togliere né alle loro capacità, al coraggio e alla professionalità – a trainare questa nave nel porto di Brindisi. I Barretta sono noti nei porti di tutt’Italia. L’attuale capitano generale della Guardia costiera, l’ammiraglio Felicio Angrisano, per esempio, ha lavorato gomito a gomito con i fratelli Barretta, come capo delle sezioni “Tecnica” e “Operativa” nella Capitaneria di porto di Brindisi, dove l’azienda dei rimorchiatori opera dalla fine degli anni Cinquanta. E lo stesso premier Matteo Renzi conosce bene Rosy Barretta, dell’omonima azienda, che il quotidiano Brindisi Report definisce “lady Pd” e la immortala mentre, nel 2012, accoglie il futuro premier a braccia aperte, nella sua veste di rottamatore. E dunque, sono proprio loro, i Barretta ben noti a Renzi e all’intero comando della Marina militare, che anche mentre scriviamo lottano contro il tempo per rimorchiare la Norman in Italia. Con tutti i benefici economici che – legittimamente, secondo le regole della navigazione – spettano loro.

Ma il punto è un altro. E dopo le 36 ore trascorse dai passeggeri sul ponte più alto della nave, a rischio di morte per ipotermia, prima di essere salvati, questo punto merita una risposta. L’ammiraglio Angrisano ha dichiarato alla stampa: “Solo alle 9 di mattina del 28 l’Italia assume il coordinamento delle operazioni e in mare, a quell’ora, c’erano solo due persone. Vive”. Alle 9.07 del 28 – orario albanese – sul sito web koha.net appare il seguente articolo: “È stato reso noto che la parte greca e quella italiana hanno deciso di rimorchiare il traghetto verso le coste italiane e non verso quelle albanesi”. Alle 10 – ora italiana – secondo koha.net la decisione di rimorchiare la Norman in Italia, quindi, è già stata presa. Ma è il secondo dettaglio che merita di essere sottolineato: “La notizia – scrive lo stesso sito albanese – è stata confermata anche da Xhevahir Celoaliaj, direttore del porto di Valona, il quale ha detto che la nave la stanno rimorchiando verso le coste italiane, mentre i rimorchiatori albanesi stanno tornando nel porto di Valona”. E se stanno “tornando nel porto di Valona”, significa che erano fuori dal porto, ovvero nei pressi della Norman, che agonizzava ad appena 12 miglia dalla costa albanese.

Una fonte qualificata che preferisce mantenere l’anonimato conferma di aver saputo che almeno un rimorchiatore, partito da Valona, era a ridosso della Norman e che, rientrato nel porto, dalla capitaneria di Durazzo sarebbe partito l’ordine di non occuparsi più della vicenda. Ma a quell’ora, quali altri rimorchiatori erano presenti, intorno alla nave in fiamme? Di certo sappiamo che – dopo il may day lanciato dalla Norman alle 4.47 – il rimorchiatore Marietta Barretta si mette in movimento: lasciato il porto intorno alle cinque, poi una breve retromarcia per imbarcare dei vigili del fuoco, quindi riparte verso le sei.

Dal sitomarine traffic si nota che il Marina Barretta intorno alle dieci del 10 ha percorso circa 30 miglia, quindi ne mancano una decina, prima di raggiungere la Norman. Negli stessi istanti il capitano albanese Celolaj dichiara che di aver saputo: la decisione di rimorchiare in acque italiane la Norman è già stata presa. Di più: è già stato comandato ai rimorchiatori albanesi di rientrare nel porto.

Eppure, in quel momento – incrociando le dichiarazioni di Celolaj con i dati di traffico – la decisione è stata presa senza che il rimorchiatore Marietta Barretta abbia ancora raggiunto la nave. Gli altri rimorchiatori, il Tenax e l’Asmara, partiranno tra le 7.40 e mezzogiorno. Un altro rimorchiatore, in carico alla compagnia Eni, l’Aline B, parte intorno alle 11.30. La Norman aspetta, eppure è molto più vicina alle coste albanesi, che a quelle italiane. E infatti scarroccia sempre più verso Valona e la tv albanese Top Channel riferisce di riuscire a guardare la tragedia direttamente dalla costa: “A occhio nudo, verso il mezzogiorno di oggi, si vedeva la nave che girava fuori controllo”. Ma chi ha stabilito che fossero proprio i Barretta ad “aggiudicarsi” il rimorchio? Fonti Visemar – la società armatrice – riferiscono che armatore e assicuratori hanno affidato, il 28, alla Smit l’incarico di coordinare le operazioni di salvataggio della nave. Aspettiamo che ci riferisca anche sulle operazioni di rimorchio”.

Di certo, due giorni dopo, la nave sta navigando dentro il porto di Valona e i suoi passeggeri hanno atteso fino a 36 ore, sul ponte più alto della nave, rischiando di morire per ipotermia.
E come dice piangendo Ute, cittadina svizzera trasportata a Brindisi, “ancora non so dove sia mio marito, ma so che eravamo vicinissimi all’Albania: perché ci abbiano fatto aspettare così tanto”.

da Il Fatto Quotidiano del 30 dicembre 2014