Continua a stringersi il cerchio intorno a Matteo Messina Denaro, dopo gli arresti del 19 novembre, quando in manette finirono 16 persone considerate vicino al boss di Castelvetrano, il Ros e il Gico hanno messo a segno un blitz contro il patrimonio della “famiglia” mafiosa del boss latitante. I carabinieri e i finanzieri hanno sequestrato aziende, attività agricole e commerciali, terreni, fabbricati, autoveicoli e disponibilità finanziarie per 20 milioni di euro.

Il maxi sequestro ha interessato diversi soggetti, tutti arrestati nel dicembre 2013 in quanto coinvolti, a vario titolo, nel supporto alla latitanza di Messina Denaro e nel controllo degli interessi economici a lui riconducibili. Le indagini hanno consentito di ricostruire – anche grazie a precedenti accertamenti svolti dalla Polizia di Stato – il circuito imprenditoriale del boss, che attraverso suoi prestanome gestisce in modo occulto una vasta rete di società ed imprese.

Tra i destinatari dei provvedimenti di sequestro spicca Giovanni Filardo (cugino di Messina Denaro), titolare di fatto di varie società edili “che a fronte di redditi esigui aveva importanti disponibilità risultate di provenienza illecita”. Precedenti indagini della Polizia avevano poi già evidenziato il ruolo di Francesco Spezia, titolare fittizio, sempre secondo l’accusa della “Spe.Fra Costruzioni srl”. 

Altri nomi emersi dall’inchiesta quelli di Vincenzo Torino e Aldo Tonino Di Stefano, considerati prestanome della “Fontane d’oro Sas”, impresa del settore olivicolo. Già accertata, sottolineano sempre gli investigatori, la riconducibilità alla famiglia mafiosa del boss trapanese di diverse attività economiche controllate da Antonino Lo Sciuto, che avrebbe gestito, per conto dell’organizzazione, la realizzazione di importanti commesse pubbliche e private nell’area di Castelvetrano.

Tra queste, le strade della zona industriale e le opere di completamento del cosiddetto “Polo tecnologico” di contrada Airone, ma anche i lavori per le piazzole e le sottostazioni elettriche del parco eolico “Vento Divino“, nel comune di Mazara del Vallo, in seguito a un “accordo spartitorio” con quest’ultimo mandamento mafioso. In questo contesto investigativo rientrano anche le indagini sul conto di Nicolò Polizzi, secondo l’accusa “uomo d’onore” della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, che avrebbe avuto un ruolo di condizionamento delle commesse pubbliche e private in ambito locale.