E’ il 12 aprile scorso. Sono le 11 e 40. Le telecamere nascoste immortalano sette uomini fuori da un capanno. I carabinieri del Ros da tempo si sono trasformati nelle loro ombre. Sospettano che quegli uomini siano il vertice della locale di Calolziocorte. Non siamo in Calabria, ma a Castello di Brianza, Lecco. E quella che andrà in scena tra pochi attimi sarà la cerimonia di conferimento della dote della Santa a Giovanni Buttà, uno dei maggiori gradi della gerarchia ‘ndranghetistica. Che per la prima volta nella storia viene ripresa e mostrata al mondo dall’antimafia milanese. Torniamo a quelle immagini. Due uomini si avviano verso quello che sarà il luogo della liturgia. Sono Antonino Mercuri, detto Pizzicaferro, e Michelangelo Panuccio. Dicono agli altri di aspettare. Entrano e dispongono gli oggetti che serviranno per il cerimoniale: una pistola, un coltello, un fazzoletto. Tutto pronto. Può avere inizio la seconda fase: quella liturgica, nella quale viene formata la Società. Il capo locale apre la porta a Rosario Gozzo e Bartolomeo Mandaglio. Sempre Mercuri prende la parola: “Buon vespero e santa sera ai santisti! Giustappunto in questa santa sera, nel silenzio della notte e sotto la luce delle stelle e lo splendore della luna, formo la catena! Nel nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, con parole d’umiltà formo la santa società … eh, dunque, fatelo venire … è formato … fatelo venire …”.

Ed ecco che alle 11 e 45 Giovanni Buttà si trova di fronte al capo locale di Calolziocorte. Ha così inizio il rito della concessione della Santa, mentre gli altri santisti si dispongono in cerchio. “A nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora passo la mia prima votazione sul conto di Buttà Giovanni. Se prima lo conoscevo da camorrista di sgarro fatto e fedelizzato … completo … d’ora innanzi lo conosco per un camorrista … per, per un santista, fatto e … per un camorrista appartenente e non appartenente a questo Corpo di Società”. La formula verrà ripetuta altre due volte, prima che Mercuri faccia ripetere al nuovo affiliato il giuramento: “Giuro di rinnegare tutto fino alla settima generazione. Tutta la società criminale da me, fino a oggi, riconosciuta. Per salvaguardare l’onore e le cose dei miei saggi fratelli”. Ecco come si entra a far parte del vertice della ‘ndrangheta nella Lombardia di Expo, così come nella Calabria della faida di San Luca.

Finora, solo i pentiti (pochi) avevano raccontato uno dei riti più oscuri dei mammasantissima. Ma adesso, grazie all’operazione “Insubria” del Ros di Milano, guidato dal tenente colonnello Giovanni Sozzo, questa paccottiglia di simboli religiosi, massonici e pagani viene mostrata nella sua interezza. Fermi immagine definiti storici dagli inquirenti che questa mattina hanno disposto un’ordinanza di custodia cautelare in carcere – firmata dal gip Simone Luerti – per 40 persone. Misure eseguite in Lombardia (Milano, Como, Lecco, Monza-Brianza, Bergamo), nella provincia di Verona e Caltanissetta. Tre indagati sono stati fermati in Calabria, tra loro c’è il capo della locale di Giffone (Reggio Calabria) Giuseppe Larosa, soprannominato Peppe la mucca. Le accuse a vario titolo sono associazione di tipo mafioso, estorsione, detenzione e porto abusivo di armi. L’indagine è stata coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dai pm Paolo Storari e Francesca Celle della Direzione distrettuale antimafia milanese che si è concentrata su tre locali: quella di Calolziocorte, di Cermenate e di Fino Mornasco, radicate nel Comasco e nel Lecchese.

Ma gli arresti di oggi di “vangeli” e “sgarristi” nascono da lontano. Sono legati con un filo nero all’operazione “La notte dei fiori di San Vito” del ’94 contro il clan Mazzaferro, la prima micidiale ferita alla ‘ndrangheta del nord. E rappresentano un nuovo capitolo della storica inchiesta “Infinito”, che ha scoperto l’esistenza di 16 locali di ‘ndrangheta in Lombardia (Milano, Cormano, Bollate, Bresso, Corsico, Legnano, Limbiate, Solaro, Piotello, Rho, Canzo, Mariano Comense, Erba, Desio e Seregno, Pavia). Alla conta vanno aggiunte le tre nuove locali che fanno capo a “La Lombardia”, organismo che mantiene saldi legami con le cosche calabresi.

La ‘ndrangheta, in  queste 800 pagine di ordinanza, viene messa a nudo. I suoi segreti svelati. Due anni di lavoro certosino. Durante i quali, i militari dell’Arma hanno macinato chilometri nei boschi della Brianza per piazzare telecamere e cimici, e che ha permesso agli inquirenti, come non era mai avvenuto prima, di violare i rituali delle cosche e di intrufolarsi con occhi e orecchie durante le cosiddette “mangiate”, i summit mafiosi dove si decidono i conferimenti delle doti e si festeggiano i nuovi affiliati o chi viene promosso a gradi superiori della gerarchia ‘ndranghetista. Ma l’inchiesta ha consentito di vivere in presa diretta le messe criminali, in cui va in scena tutta la violenza delle ‘ndrine. Perché i giuramenti vengono recitati davanti a una pistola o a una pastiglia di cianuro.

“Quanti colpi ha in canna, ne dovete riservare sempre uno!”, spiegano i boss, intercettati, altrimenti c’è sempre “una pastiglia di cianuro” oppure “vi buttate dalla montagna”. O nelle quali si parla dei legami con la terra d’origine. Come fa Antonino Mercuri quando racconta il pellegrinaggio alla Madonna della Montagna di Polsi, dove ogni anno a settembre si riuniscono i vertici dell’organizzazione per formare il Crimine, organo supremo della ‘ndrangheta. Un santuario che nell’immaginario degli affiliati del nord – annotano i giudici –  è “un luogo di fede e luogo di ‘ndrangheta”. “A centinaia –  spiega il capo locale di Calolziocorte – armati fino ai denti. Si formava, ve lo giuro su Dio, Il Crimine in quel piazzale là”. E anche se c’erano “centinaia di sbirri” – prosegue Mercuri – tutti i rappresentanti delle locali presenti, una volta formato il “Circolo”, hanno gridato a turno il proprio nome, abbinandolo alla struttura di appartenenza: “Salvo Mercuri, Calolziocorte! E abbiamo fatto le cariche speciali”, ovvero Capo Crimine, Capo Società, Mastro Generale, Mastro di Giornata e Contabile, che hanno durata di un anno.

Grazie all’operazione “Insubria”, l’antimafia milanese ha anche tracciato la mappa delle tre locali lombarde su cui ha posato la sua lente, ne ha ricostruito la storia criminale, scoperto gli organigrammi interni e definito i ruoli dei presunti affiliati. Quella di Cermenate, per esempio, secondo gli investigatori era retta da Giuseppe Puglisi che rivestiva il ruolo del Quartino. Al suo fianco sedeva Giuseppe Salvatore Scali, Trequartino, detto Tarzan, 78 anni, pezzo da novanta cresciuto nella vecchia scuola dei Mazzaferro. E’ lui a fornire pareri sul conferimento delle doti. Ed è lui a revocarle a chi si è reso responsabile di gravi sgarri. Scali era già finito nell’operazione “La notte dei fiori di San Vito” (condanna a 18 anni), così come altri affiliati che dopo aver scontato anni di carcere sono rientrati nell’organizzazione. “Perché dalla ‘ndrangheta si esce solo da collaboratori o da morti”, spiegava nemmeno un mese fa il procuratore Ilda Boccassini. Un destino immutabile, a cui ormai sembrano rassegnati gli stessi boss: “La musica può cambiare ma per il resto … siamo sempre noi … non è che … non è che cambia. .. noi non possiamo mai cambiare” dice Michelangelo Chindamo, capo locale di Fino Mornasco che sembra conoscere bene la forza dell’antimafia: “Ho in tasca un cellulare, è come avere in tasca un carabiniere”.

Ma nonostante la consapevolezza di venire prima o poi arrestati, i mammasantissima continuano a mettere in scena i loro riti, a cui vengono iniziati anche i ragazzini. Poco importa se ancora minorenni. Come avviene  con il figlio 17enne di uno degli arrestati “battezzato” il 13 aprile scorso dal gotha della locale di Calolziocorte. Agli atti resta anche la dote concessa a Nicholas Montagnese, nonostante si trovi in regime di sorveglianza perché coinvolto in un’altra inchiesta di mafia del 2012, la “Blue Call”. Siamo sempre a Castello di Brianza. Chi ha organizzato la cerimonia spiega al capo locale Mercuri e al capo società Antonio Mandaglio: “Turi, tornando al discorso di Nicholas, sai che a lui lo volevano fare i Bellocco! Poi, i Bellocco gli hanno detto che lo fanno a Rosarno … lui gli non gli ha risposto, per educazione, mio nipote gli ha detto non lo so … gli ha detto vado là”. Al nord. A casa.