Agli americani fa gola il petrolio di Santa Maria di Leuca. Anche il mare del Salento, la bomboniera delle vacanze italiane degli ultimi anni, finisce nelle richieste di ricerca di idrocarburi. Sono tra le ultime in ordine di tempo ad essere state presentate, lo scorso 22 ottobre. Il ministero dello Sviluppo Economico ha avviato l’istruttoria già due settimane fa. Una doccia gelida per i diciannove Comuni rivieraschi interessati, da Otranto a Gallipoli. Avevano immaginato di programmare il futuro sulla presenza di parchi regionali costieri e sull’area marina protetta in corso di istituzione. Invece, si trovano tra l’incudine di dover elaborare meticolose osservazioni entro il prossimo 21 dicembre e il martello di uno Sblocca Italia che spiana la strada alle trivelle. È anche su impulso della mobilitazione che inizia a lievitare che la Regione Puglia sta predisponendo il ricorso alla Corte Costituzionale contro gli articoli 36, 37 e 38 del decreto convertito in legge lo scorso 5 novembre.

L’area in questione è inserita nella “Zona F”, aperta a nuove attività con il decreto ministeriale del 9 agosto 2013. Sui sei permessi di indagine geofisica richiesti dalla statunitense Global Med Llc in quella fetta di Ionio, una metà ricade al largo di Crotone e Capo Colonna, mentre l’altra metà, appunto, in provincia di Lecce. Si tratta di tre specchi d’acqua contigui, a sud est di Capo Santa Maria di Leuca. La frammentazione, tuttavia, esiste solo sulla carta, conseguenza del fatto che i titoli minerari rilasciati non possono superare l’ampiezza di 750 chilometri quadrati. Dunque, si spezzettano gli iter, ma si cumulano gli effetti: la società, infatti, ha chiesto di sondare il fondale per complessivi 2.207 chilometri quadrati, ad appena 13,9 miglia marine dalla terraferma, per un pelo al di là del limite di 12 miglia della fascia di rispetto. Una delle istanze al momento è congelata, poiché su questa è in corso un contenzioso tra chi si accaparrerà l’esclusiva, se la stessa Global Med o il tandem Petroceltic Italia-Edison. Sul resto, l’iter galoppa.

Le richieste riguardano l’acquisizione di centinaia di chilometri di linee sismiche 2D mediante la discussa tecnologia air gun e l’esecuzione di rilievi geofisici 3D. Il tutto poco più in là rispetto a quattro Siti di importanza comunitaria, che, come descritto dalla stessa società nel corposo studio di impatto ambientale, “sono localizzati ad una distanza minima dall’area in istanza”. Il tutto, inoltre, nelle vicinanze di ulteriori zone per le quali è stata fatta richiesta di permesso di prospezione geofisica in mare. Due di queste sono nell’Adriatico Meridionale. Senza dimenticare che ad est, “lungo il confine italo-greco, sono presenti nel settore in esame due aree messe all’asta da parte del Ministero dell’Ambiente della Repubblica Ellenica”.

Ma è un assalto senza fine. Lo scorso 5 novembre, infatti, a presentare istanza al Mise è stata anche la Schlumberger Italiana spa, che fa parte del gruppo che rappresenta “la più grande compagnia al mondo di servizi per le società petrolifere”. Chiede di ispezionare il fondale del Golfo di Taranto, un’area immensa, di 4.030 chilometri quadrati, che si estendono fino a poco più di 12 miglia dal litorale di Gallipoli e Porto Cesareo, di Castellaneta e Manduria, oltre che, sul versante opposto, dalle coste calabresi e lucane.

Per questo gli impatti dovranno essere sommati. E già spaventano i sindaci e i cittadini del Leccese, che non hanno alcuna voglia di barattare l’oro blu per se stessi con l’oro nero per gli altri, le royalty petrolifere con tutto l’investimento fatto finora in paesaggio e cultura, ciò che ha collocato il Salento sul podio del turismo tricolore. La Global Med, però, fa sul serio. Con sede amministrativa in Colorado e interessi minerari al largo di Nuova Zelanda, Marocco, Cina, Belize e Sud Africa, ora punta sullo Ionio. E già fa vedere i muscoli, avvertendo che la sua attività esplorativa “si è sempre focalizzata su di un paese alla volta, impegnando tutte le sue risorse umane e finanziarie su un solo progetto, promuovendo l’esplorazione in aree potenzialmente sfruttabili. Nel corso degli anni, l’approccio adottato nello svolgimento delle attività ha generato un totale di introiti che raggiunge i 750 milioni di dollari”.