Non è un collaboratore di giustizia, non ha cambiato avvocato, non si definisce un pentito ma da settimane sta riempendo pagine di verbali davanti ai pm della procura di Palermo. Interrogatori che contengono rivelazioni sul mondo del riciclaggio di denaro internazionale e che adesso interessano anche l’Fbi. Perché Vito Roberto Palazzolo, l’uomo considerato il cassiere di Bernardo Provenzano, intimo della famiglia Augusta, per vent’anni imprenditore di rango con legami ad altissimo livello in Sudafrica, adesso ha deciso di diventare un dichiarante. Non si considera un pentito, e non ha firmato alcun accordo con lo Stato italiano, ma ha accettato di rispondere alle domande del procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dei sostituti Dario Scaletta e Francesco Del Bene. Diciotto interrogatori nel carcere milanese di Opera, dove era detenuto, dichiarazioni che sono state già utili agli inquirenti per arrivare al sequestro di mezzo miliardo di euro contro Calcedonio Di Pisa, imprenditore attivo nella provincia di Trapani, considerato vicino a Palazzolo.

Arrestato dall’Interpol a Bangkok nel marzo del 2012, estradato in Italia l’anno dopo, Palazzolo aveva manifestato subito l’intenzione di rendere dichiarazioni alla magistratura. “Potrebbe chiarire molti irrisolti misteri italiani” diceva il suo legale, l’avvocato Baldassare Lauria, mentre Palazzolo era ancora detenuto in Thailandia. “Per potermi difendere dall’accusa di essere un mafioso devo raccontare chi sono e cosa ho fatto nella mia vita di finanziere” erano invece le prime parole di Palazzolo davanti ai magistrati. Che però, una volta ottenuta l’estradizione, si erano rifiutati di accettare l’elenco ristretto di temi sui quali Palazzolo avrebbe voluto rispondere. Per Palazzolo, condannato in via definitiva a nove anni di carcere per associazione mafiosa, era quindi scattato il 41 bis: poi sotto l’effetto del carcere duro, l’uomo originario di Terrasini decise di tornare ad essere interrogato dai pm. Racconti che risalgono agli anni ’80, ai tempi di Pizza Connection, l’indagine sul narcotraffico di Giovanni Falcone, quando Palazzolo viene condannato per la prima volta. È per questo motivo che oggi i racconti del cassiere di Provenzano interessano molto anche agli investigatori dell’Fbi che hanno inviato una rogatoria internazionale alle autorità italiane per potere interrogare Palazzolo, l’uomo dalle due vite, che nel frattempo è stato trasferito dal carcere di Opera in un altro penitenziario che viene mantenuto segreto.

Di misteri inconfessabili infatti l’ex magnate con passaporto sudafricano ne potrebbe raccontare diversi. A cominciare dalla sua vita in Sudafrica, dove era conosciuto come Robert Van Palace Kolbatschenko, aveva sposato una ricca ereditiera d’origine russa, era tra i finanziatori del partito di Nelson Mandela, ed era stato perfino ambasciatore plenipotenziario del piccolo Stato del Ciskey. In Sudafrica Palazzolo era un ricchissimo commerciante di pietre preziose con la “Van Palace Diamond Cutters”, allevava struzzi, gestiva lussuosi night club ed era proprietario dell’azienda che imbottiglia l’acqua “Le vie de Luc”, commercializzata perfino sugli aerei della compagnia di bandiera sudafricana.

La procura di Napoli, poi, indagando su Finmeccanica e Augusta, lo segnala tra i presenti ad una riunione con la delegazione italiana in Angola: è noto infatti come Palazzolo sia amico di Riccardo Augusta, rampollo della famiglia famosa per aver dato il nome alla notissima fabbrica di elicotteri. Di cosa da spiegare, il magnate sudafricano considerato il cassiere di Cosa nostra ne avrebbe quindi ha parecchie. Racconti che arrivano fino al 1986, quando, secondo il pentito Giovanni Brusca, è il fornitore di droga e esplosivo di tipo Semtex “che era nella disponibilità di Pippo Calò e che venne poi ricollegato alla strage del Rapido 904. Tale materiale, e anche la droga, proveniva tutto dalla Thailandia, tramite il medesimo canale, ovvero Vito Roberto Palazzolo”. Van Palace potrebbe anche raccontare agli inquirenti perché nel 2003 la sua amica Daniela Palli chiama la moglie dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, oggi condannato definitivamente a sette anni per concorso esterno a Cosa Nostra: l’oggetto di quella telefonata era “risolvere, magari i problemi di Roberto che sono anche quelli di Marcello”. “Dell’Utri non devi convertirlo, è già convertito” spiega Palazzolo al telefono con la sorella. Ai pm potrebbe magari chiarire cosa intendeva con “convertito”.