C’è chi sogghigna, chi fa spallucce e commenta a mezza bocca: “E’ carta conosciuta”. C’è chi, invece, attacca a testa bassa: “La scorta? A questo punto occorre toglierla”. Altri con ironia: “Peccato…Radio Maria ha un po’ snobbato questo processo”. Il Tribunale di Napoli – ieri pomeriggio – ha accertato che lo scrittore Roberto Saviano e la giornalista Rosaria Capacchione, ora parlamentare Pd, furono minacciati di morte in un’aula di tribunale non per conto dei boss dei casalesi ma “autonomamente” per iniziativa dell’avvocato Michele Santonastaso. Il difensore dei padrini del clan -insomma- agì solo per sua iniziativa quando durante un’udienza, chiedendo il trasferimento del processo, lesse un proclama minaccioso. Un editto intimidatorio – secondo i giudici – rivolto a chi con articoli e libri aveva acceso i riflettori contro la camorra casertana.

Saviano e Capacchione più di tanti altri erano “colpevoli” di aver alimentato una gran cassa mediatica e quindi aver così sostenuto il lavoro investigativo di magistrati e forze dell’ordine. Il legale è stato condannato a un anno con pena sospesa mentre i due boss imputati nel processo, Antonio Iovine (collaboratore di giustizia) e Francesco Bidognetti, sono stati assolti “per non aver commesso il fatto”. I giudici hanno punito – si fa per dire – solo il portavoce “tecnico” dell’intimidazione. Senza colpa i capiclan che da guappi di cartone – ha attaccato Saviano – si nascondono dietro il loro legale. Ciò che mi colpisce in questa vicenda è come una schiera di cecchini ben appostati e nascosti non appena è stata emessa la sentenza hanno iniziato un fuoco di fila contro le vittime delle minacce: Saviano e Capacchione. L’accusa infamante è sempre la stessa: “Si sono inventati tutto per accrescere visibilità e per farsi un nome”. Anche di Giancarlo Siani dicevano che era stato ucciso non per i suoi articoli ma per le femmine. Infamie, infamie e ancora infamie. C’è da pensare che giornalisti e scrittori siano più comodi da morti. Chissà forse è più remunerativo celebrarli con premi alla memoria, iniziative antimafia a cui gli stessi cecchini non perdono occasione di parteciparvi contenti e commossi.

L’argomento è molto serio. Ne parlo cercando di stare a una certa distanza di sicurezza. Anche quando al sottoscritto è capitato di essere minacciato dalla camorrafortunatamente tutti condannati in primo e secondo grado – addirittura nello stesso mio giornale dove lavoravo, c’era chi alimentava il venticello della calunnia, chi “scherzando” mi attribuiva un nuovo mestiere: il minacciato dalla camorra o di aver trovato il modo di fare soldi con i risarcimenti. Altri, invece, mi affibiavano con dispregio l’eticchetta di camorrologo dei poveri. Capisco la delusione e la rabbia di Saviano e Capacchione per una sentenza beffarda, ma più che altro li comprendo quando denunciano il clima di odio e rancore che sono obbligati a vivere. Chiudo ricordando un collega bravo che qualche anno addietro ha avuto a che fare direttamente con i boss dei casalesi. Parlo di Carlo Pascarella, che documentò sul suo giornale – in tempi difficilissimi e quando davvero nessuno aveva il coraggio di scrivere- una scissione tra i boss Michele Zagaria e Antonio Iovine. Pascarella con articoli precisi e puntuali illustrò una probabile spaccatura nella cosca dei casalesi. Una bestemmia che poteva costargli cara. Gli stessi padrini reagirono e da latitanti addirittura contattarono Pascarella. Ascoltare quella telefonata mette – a distanza di anni – ancora i brividi. Quelle parole avrebbero fermato chiunque. No, Pascarella. Al di là delle sentenze quando subisci minacce solo e semplicemente per fare il tuo mestiere quelle intimidazioni ti restano dentro impresse a fuoco.