Foggia, il far west “invisibile” delle cosche tra kalashnikov, bazooka e rapine in stile militare. C’è “la Società” basata sull’assenza di collaboratori di giustizia. Poi ci sono anche “i montanari” del Gargano, la cui principale attività è l’estorsione. E infine i commandos di Cerignola. Organizzano un attentato ogni tre giorni, ma nessuno ne parla. La Bindi: “Apriremo una sezione distaccata dell’Antimafia”

Immaginate 19 mezzi che incolonnati – inclusi un caterpillar, un’autocisterna con rimorchio, due Tir – procedono dentro la città. Immaginate di incrociarli e di notare che a bordo, no, non c’è gente qualunque, e lo capisci dall’abbigliamento, visto che tutti indossano un passamontagna e qualcuno un cappello in cuoio a falde larghe. Li guardate sfilare mentre procedono incollati l’uno all’altro, nelle loro auto blindate, con i loro giubbotti antiproiettile e gli pneumatici ripieni di silicone. Sfilano sotto i balconi del centro abitato. Al collo portano delle ricetrasmittenti. E in mano hanno armi pesanti. È la mezzanotte del 25 giugno, il gruppo si muove in perfetto stile paramilitare, ma non siamo nella periferia di Donetsk. “Presidente”, dice il questore di Foggia Piernicola Silvis a Rosy Bindi, durante una drammatica audizione dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia, “nessuno ha parlato di questa vicenda. Nessuno lo sa. Neanche al cinema si vede una scena di questo genere. S’è trattato di un vero e proprio atto di guerra: un atto militare. Se un’autobomba esplode, qui non lo viene a sapere nessuno, presidente, ma queste cose devono essere dette, perché non possiamo aspettare il morto eccellente, che ammazzino un procuratore della Repubblica, uno dei nostri o un bambino, o che facciano una strage in cui muoia qualche innocente per ricordarci che a Foggia c’è l’associazione criminale di stampo mafioso. Questa città – continua il questore dinanzi alla Bindi – oggi è economicamente in ginocchio, strozzata dalle estorsioni e dal manto di silenzio che si coglie ovunque. È necessario inceppare con urgenza l’escalation dell’organizzazione, prima che sia tardi e che il livello delle sue azioni omicide s’innalzi a sfida aperta alle istituzioni dello Stato e agli uomini che le rappresentano”.

“Non è un film”

Dice bene il questore: “Nessuno lo sa. Eppure neanche al cinema si vede una scena del genere”. La notizia non ha trovato neanche lo spazio d’una breve di cronaca, nei giornali nazionali, niente di niente neanche nelle tv. E allora torniamo alla scena iniziale. Il gruppo si ferma per un rifornimento al self service. Le immagini che il Fatto Quotidiano è in grado di mostrarvi in esclusiva mostrano l’uomo incappucciato che, affiancato il distributore, estrae la pistola ed esplode un colpo: il benzinaio nel gabbiotto li ha notati e l’uomo spara per intimorirlo, non per ucciderlo, sfondando la vetrata mentre i compagni terminano il rifornimento. La colonna riprende il cammino, siamo in viale Fortore, l’ultimo mezzo incolonnato rallenta, si mette di traverso, l’autista scende e gli dà fuoco. Il gruppo ha bloccato la prima via d’accesso. Parte il cronometro: l’operazione è appena iniziata. Il resto della colonna continua a procedere verso l’obiettivo, in viale degli Artigiani, mentre altri due mezzi si dirigono nelle restanti vie d’accesso, per occuparle incendiando altri due Tir. In linea d’aria siamo a 500 metri dalla stazione ferroviaria, 700 metri dalla Questura, un chilometro dalla caserma dei Carabinieri: pieno centro abitato. 

Il commando ha isolato un triangolo della città, nessun accesso è possibile, e s’è conservato una via di fuga provvidenziale, che di questo triangolo immaginario taglia l’ipotenusa, portando via verso le campagne. Il caterpillar seguito da un camion e dalle auto blindate è ora davanti all’obiettivo: il caveau di un istituto di trasporto valori, l’Np Service, che protegge una cassaforte con 23 milioni di euro. Ora immaginate l’escavatrice che sfonda il muro. Lo divelle. La guardia giurata che all’improvviso vede la parete scomparire, frantumata e sollevata dinanzi ai suoi occhi, e il commando che inizia a sparargli addosso, sui vetri antiproiettile della cabina, per terrorizzarlo, mentre il braccio meccanico è già pronto per sollevare le casseforti e posarle nel camion.

“Non molliamo”

“Nessuno poteva aspettarsi una rapina di questo tipo”, dice Riccardo Serradifalco, amministratore delegato della Np Service. “Non molliamo”, continua, “anche se all’istante, quando ho pensato che fosse necessario l’intervento della Protezione civile per liberarci da quelle macerie, ho pensato che l’unica soluzione fosse andar via da questa città. È stato un attimo. Ma quando ho visto arrivare sul posto le guardie giurate, i nostri dipendenti, che sono 50, mi sono chiesto: come si fa a lasciare 50 famiglie senza lavoro? Abbiamo ripreso a lavorare immediatamente, quella stessa mattina, tra la polvere e le macerie, trasferendo i caveau nella sede foggiana della Banca d’Italia. Per rimettere a posto le pareti ci abbiamo impiegato dieci giorni. A breve ci trasferiremo in un’altra sede e devo ringraziare Bankitalia perché ha riconosciuto che non era soltanto un problema della Np Service, se ci fossimo fermati avremmo interrotto il flusso di denaro che circola intorno alla provincia di Foggia, incluse le pensioni”. Ma i foggiani, le loro pensioni, hanno potuto ritirarle in tempo. Perché la notte del 25 giugno, il commando, ha un problema.

Il “patto” criminale

Il primo camion incendiato non ha completamente bloccato la strada, una pattuglia della polizia riesce a incunearsi nel triangolo del commando, inizia il conflitto a fuoco, sull’asfalto non si conteranno né morti né feriti, ma circa 60 bossoli. “La volante – racconta il questore alla Commissione – s’è trovata davanti un’automobile che ha esploso 30 colpi di calibro 7,62 Nato. C’erano due auto, con due kalashnikov, i nostri due poliziotti hanno reagito con 38 colpi: una sparatoria violenta. Gli assaltatori sono andati via e il caveau, con tutti i milioni di euro, è rimasto lì”. I rapinatori s’infilano in quel varco provvidenziale, imboccano la via di fuga, si dileguano nelle campagne. La rapina è fallita. “Il commando – dice l’investigatore – arriva da Cerignola. Sono i migliori professionisti d’Italia per operazioni di questo genere”. Nel corso di alcune perquisizioni, riferite ad altri rapinatori, gli investigatori hanno rinvenuto lo schema per un’operazione in autostrada, anche questa sventata. Lo schema è sempre lo stesso: autotreni messi di traverso e incendiati, poi catene da un guardrail all’altro per impedire l’accesso delle forze dell’ordine, e varchi laterali per fuggire tra le campagne. “Ma nessuna rapina sarebbe mai stata tentata – conclude l’investigatore – se non si fossero accordati per pagare una quota alla ‘Società’, la mafia foggiana, che altrimenti non l’avrebbe mai permesso”. È il segno di un “patto”. La mafia foggiana vive un momento di equilibrio nel quale può inserirsi la criminalità organizzata di Cerignola. “L’intera provincia di Foggia – dice Rosy Bindi al Fatto – è purtroppo prigioniera di questa situazione”.

La Società

È una mafia poco conosciuta, la “Società” di Foggia, ma può bastare un dato per descrivere la sua forza: la totale assenza di collaboratori di giustizia. Praticamente un record, nel panorama italiano, che dopo quelli di Cosa Nostra e Camorra, ha visto crescere negli anni anche i collaboratori affiliati alla ‘ndrangheta. Invece di “pentiti”, nella Società foggiana, non se ne conta neanche uno. E non si tratta di una mafia giovane, considerato che a battezzarla con il 416 bis ci ha pensato una sentenza del 1999, dopo che a riconoscerla, invece, ci pensò Raffaele Cutolo in persona, nell’hotel Florio, sulla statale che porta da Foggia a San Severo, in uno storico incontro del 5 gennaio 1979. La sua pervasività è micidiale: “A Foggia – continua il questore davanti alla Commissione – i nomi delle famiglie mafiose non si pronunciano neanche in casa. Il punto è che ci sono omicidi, autobombe, estorsioni dovunque”.

La terra dei fuochi

Adesso immaginate un’altra scena. È il 16 febbraio e sono le 7:40 di una domenica mattina quando esplode un’auto imbottita di esplosivo. Siamo in via Grieco – anche in questo caso pieno centro abitato – e non in Afghanistan. Dell’auto resta solo la scocca, l’abitacolo è completamente sventato, il tetto non c’è più. Qualcuno l’ha parcheggiata all’esterno della sede legale di tre società immobiliari, quelle della famiglia Zammarano, che ha sempre negato di aver pagato estorsioni. Poteva essere una strage: “L’attentato non ha fatto vittime soltanto per un caso – dice l’investigatore – e perché erano le 7:40 di una domenica mattina”. L’ultimo attentato incendiario risale alla fine di agosto, un sabato notte, ai danni di una pizzeria. Nei primi sei mesi del 2014, nella città di Foggia, se ne contano 67. Nell’intera provincia ben 259: ogni 16 ore, qui, esplode qualcosa. Poi c’è la microcriminalità: “Tra gennaio e febbraio – continua il questore – nella sola città di Foggia sono state rubate 420 automobili”. In sostanza: un furto ogni tre ore.

“Ti massacriamo”

Il proprietario dello Street Café ha inaugurato il bar da appena sette mesi quando ad aprile, secondo gli atti d’indagine, gli si parano davanti due esponenti della famiglia Francavilla, e lo “convocano” per un appuntamento, in un altro bar: vogliono 50 mila euro. Il 9 maggio si ripresentano e gli propongono di scegliere: se non può pagare si prendono direttamente il bar. Il proprietario prova a rivolgersi a una finanziaria, usando le credenziali del figlio, ma il finanziamento gli viene negato. Allora prova con gli usurai che, in un primo momento, gli garantiscono il prestito. Poi però non mantengono l’impegno. E così il proprietario dello Street Café si presenta dai Francavilla a mani vuote: propone la cessione gratuita del bar e delle autovetture, pur di essere lasciato in pace, ma viene schiaffeggiato e minacciato: “Questo è solo l’acconto – gli dicono – oggi alle 18 devi portare 20mila euro e tra una settimana altri 30mila, altrimenti ti massacriamo”. Al proprietario non resta che una via d’uscita: la denuncia in questura e la squadra mobile li arresta. Ma si tratta di un caso piuttosto raro. Le denunce per estorsione, nel 2012, sono state 11. Nel 2013 sono calate a 10. Nel primo semestre del 2014 sono soltanto 2.

La prima volta

Giovanni Panunzio era un imprenditore edile e fu ammazzato la sera del 6 novembre 1992: s’era rifiutato di pagare il “pizzo”. È il primo omicidio eccellente, a Foggia, legato a un’estorsione. Sono trascorsi ben 22 anni, eppure, in questa città non s’è ancora mai costituita un’associazione anti-racket. È nata un’associazione a Vieste, nel Gargano , dov’è presente la mafia dei “montanari”, anch’essa riconosciuta da una sentenza con 416 bis, ma a Foggia ancora no. O meglio: la prima sarà inaugurata il 22 settembre, da Tano Grasso in persona, fondatore della Federazione anti-racket italiana. “Poche volte, in questi 25 anni, mi sono trovato dinanzi a una sottovalutazione così radicata del fenomeno mafioso” – dice Grasso –. “Per costituire la prima associazione anti-racket a Foggia è stato decisivo il sostegno del prefetto Luisa Latella e del questore Silpis. Qui c’è un livello di omertà più radicata che in territori calabresi in mano alla ‘ndrangheta. È stato più difficile costituire un’associazione anti-racket qui, oggi, che a Palermo o a Gela negli anni 90. E abbiamo avuto difficoltà persino con la magistratura che, in una sentenza depositata a febbraio, considera la nostra presenza in aula, quella dei nostri associati, come un tentativo d’influenzare il processo. Dimenticando che, se ci presentiamo in aula, è proprio per dimostrare che chiunque denunci un’estorsione non sarà mai solo”.

“Tentano d’influenzarci”

Nella sentenza firmata dalla prima sezione collegiale del Tribunale di Foggia, si legge dell’intervento “di associazioni che nelle loro finalità perseguono la ‘lotta’ al racket, mafioso o no che sia” e si parla di un “assetto” che ha “in qualche modo tentato, ma vanamente, di influenzare il lungo e articolatissimo dibattimento”. Il processo riguarda una serie di estorsioni commesse a Vieste, sul Gargano, terra dominata dalla mafia dei “montanari”. Quella dei “montanari” è la seconda organizzazione mafiosa che attanaglia la provincia foggiana e, anche in questo caso, l’attività principale è l’estorsione. È una mafia radicata dagli anni 70, nata come “agro-pastorale”, ma poi evolutasi anche nel traffico di stupefacenti fino al territorio di Manfredonia. La storica faida tra i clan Li Bergolis e Romito, negli ultimi decenni ha provocato decine di vittime, mentre i Li Bergolis – secondo gli atti della Commissione parlamentare antimafia – negli anni 90 hanno stretto rapporti con esponenti apicali delle ‘ndrine calabresi De StefanoTeganoLibri e con la camorra legata al clan ZazaMazzarella di Napoli. Oggi – come per la criminalità di Cerignola – i “montanari” hanno stretto “patti” o “alleanze” con le “batterie” della Società Foggiana. È in questo contesto che, a Vieste, nasce l’associazione anti-racket legata a Tano Grasso e, nel 2012, il proprietario di un ristorante denuncia l’estorsione. Gli estorsori non sono affiliati ai clan, ma avendo minacciato e incendiato il ristorante, i pm chiedono l’aggravante del metodo mafioso che i giudici, però, non hanno invece ravvisato, ma il punto è un altro: l’idea che l’associazione anti-racket si presenti in aula per influenzare i processi, a Tano Grasso, proprio non va giù: “Significa disconoscere un quarto di secolo di storia e di cultura del Paese: aver rotto la solitudine del commerciante che denuncia, nel tribunale, durante i processi, è il modello che abbiamo creato nel 1990 a Capo d’Orlando”.

“Uccidere fa sentire potente”

Veronica De Donato è una ragazza bruna, rientrata a Foggia dopo anni trascorsi fuori città, dove la mafia le ha ammazzato i genitori e fatto sparire un fratello. Non è tornata per nostalgia. È tornata per vendetta. E uccide. “Purtroppo – dice Veronica – uccidere è anche una cosa che ti fa sentire potente, molto potente. (…) Disporre del destino di un altro essere – continua – è un’estasi che, provata una volta, poi non se ne può più fare a meno”. Parole che hanno suscitato le ire di don Ciotti e l’associazione Libera quando, a febbraio, Veronica è andata in tutte le edicole: è la protagonista di un fumetto, il suo nome è “Lady mafia”, e le storie sono ambientate a Foggia. Il marketing sta funzionando: distribuzione nazionale e un video – “Lady mafia… no more rain” – che vede protagoniste, con immancabile scena lesbo, Veronica Ciardi e Sarah Nile, note per aver partecipato al Grande Fratello. È solo un fumetto, spiega sul suo blog il direttore Loris Castriota Skanderbegh, che alle critiche risponde così: “È un fumetto che registra la realtà, non la esalta. È una amara realtà, che deve essere combattuta e cancellata: perché l’Antimafia e “Libera” non si concentrano su questi compiti, piuttosto che combattere contro un fumetto?”. Resta il fatto che, in una città dove, per la nascita di un’associazione anti-racket, s’è dovuto attendere 22 anni dalla morte dell’imprenditore Panunzio, abbiamo un altro primato: il primo fumetto italiano che vede, come protagonista, seppure in veste vendicativa, Lady Mafia, una donna intenta a scalare le gerarchie mafiose per farsi giustizia. Nella realtà, invece, qui esiste un comune denominatore tra le organizzazioni criminali: l’uso costante della violenza e un incredibile potenza di fuoco. Ed è in corso il salto di qualità.

Infiltrazioni nelle istituzioni

“La commissione parlamentare è stata a Foggia – dice Rosy Bindi – perché è necessario accendere una luce: è impressionante che situazioni periferiche così allarmanti siano ignorate. Qui c’è una caratteristica: l’incrocio tra mafie, in tre aree molto vaste, che hanno siglato un patto con la criminalità comune. C’è aggressività, violenza e spavalderia che fanno pensare: forse si ritengono non punibili. Di certo il Prefetto, il Questore e tutte le forze dell’ordine non stanno sottovalutando la situazione, anzi, ma va rafforzato l’ambito della magistratura: bisogna creare una sezione distaccata della Direzione distrettuale antimafia. Sono certa che la maggioranza della società foggiana intende reagire, ma va sostenuta: Foggia è vittima della sottovalutazione, e della difficoltà di ammettere che si tratta di mafia, a volte anche dalla magistratura giudicante”. Si contano infiltrazioni nelle amministrazioni? “Posso soltanto dire che ci sono realtà sotto osservazione”, conclude la Bindi. Di certo, c’è che nel Foggiano, di armi se ne trovano davvero a iosa.

L’arsenale della Capitanata

Il primo aprile la squadra mobile di Foggia perquisisce l’abitazione del cerignolano Francesco Russo. E gli investigatori non riescono a credere ai propri occhi: la stanza è enorme ed è piena zeppa di armi. “Armi lunghe e corte – racconta il questore a Rosy Bindi – e decine di pistole, fucili mitragliatori, fucili a canne mozze, kalashnikov, abbiamo trovato addirittura una mitragliatrice con il treppiedi da terra, da combattimento in guerra, bombe a mano, giubbetti antiproiettile, 18.000 proiettili di tutti i calibri”. Non è l’arsenale del clan, ma il supermarket di Francesco Russo: “Si era persino fatto un book – continua il questore – con le fotografie delle armi che bisognava sfogliare con il prezzario. Lei vuole sapere quanto costava un kalashnikov? Costava 3.300 euro: c’era scritto! Sa cosa mi ha preoccupato, presidente? Ho visto nel book che è stato venduto un bazooka, ma per ora non lo abbiamo trovato. Chi ce l’ha questo bazooka adesso?”.

da il Fatto Quotidiano del 9 settembre 2014