Il contrasto tra i vecchi e malconci edifici verde-oliva della base aerea di Cameri, dove fa manutenzione l’intera flotta aerea nazionale, e gli immensi capannoni stile Area-51 dell’adiacente Faco F35 è impietoso ed emblematico di come questo programma stia drenando risorse immense anche a danno di chi lo sostiene. Il comandante della base generale Lucio Bianchi, un Vittorio Gassman con gli occhi azzurri, si limita a constatare un dato di fatto: “Tutti i soldi vanno a finire lì…” dice guardando il nuovo impianto Alenia che sorge come un’astronave aliena oltre il campo di grano che costeggia la pista.

Il comandante di quell’astronave, il direttore dello stabilimento ingegner Riccardo Busca, rimane in silenzio e si prepara a mostrare il suo gioiello industriale da 800 milioni di euro – nostri – alla delegazione di parlamentari di Sel in visita d’ispezione alla fabbrica della discordia. Una dozzina di giganteschi e candidi “buildings”, come hanno imparato a chiamarli, da 10mila metri quadri ciascuno, costruiti dalla ditta Maltauro – quella dello scandalo Expo2015 – a immagine e somiglianza dell’astronave-madre americana di Fort Worth, perfino con con la stessa temperatura interna che c’è nella fabbrica in Virginia: per il comfort dei delicati materiali più che dei lavoratori, ironizzano ma non troppo le guide militari del tour.

Quei lavoratori che dovevano essere migliaia e migliaia, ma che per ora qui a Cameri sono solo 340 tra operai e impiegati, come spiega nel dettaglio il manager Alenia: 180 esperti in trasferta dallo stabilimento Alenia di Tornio Caselle più 160 nuovi assunti con contratti di apprendistato. Il grosso del lavoro di assemblaggio delle ali e del troncone centrale della fusoliera lo svolgono in effetti enormi robot guidati da computer: i rari operai in carne e ossa stanno davanti a un monitor, fanno ritocchi a mano e controllano la qualità del lavoro appendendo cartellini rossi con la scritta “rework” dove c’è qualche difetto – e ce ne sono un’infinità a giudicare dal numero di cartellini. Ogni postazione di assemblaggio è dedicata a un unico velivolo, ed è contrassegnata da un cartello con bandiera della nazione destinataria e sigla progressiva dell’aereo per quella nazione.

Tra decine di postazioni contrassegnate dalla bandiera a stelle strisce, la delegazione parlamentare composta da Giulio Marcon, Franco Bordo e Giorgio Airaudo si ferma davanti a una con il tricolore italiano e la sigla AL008. “Significa che questo è l’ottavo velivolo destinato all’Aeronautica italiana”, spiega l’ingegner Busca. Gli onorevoli sgranano gli occhi: secondo il ministro della Difesa Roberta Pinotti qui a Cameri si stanno costruendo solo i sei F35 che l’Italia ha già acquistato, mentre qui si sta già assemblando l’ottavo.Momento di imbarazzo. Il direttore dello stabilimento non fa una piega e prosegue: “Si tratta di una produzione supplementare portata avanti in base agli accordi industria-industria tra Alenia e Lockheed Martin per le esigenze produttive del programma”.

“Attenzione a non confondere tra accordi aziendali e governativi”, interviene il generale Bianchi. “Se questo ottavo aereo non verrà acquistato dall’Italia sarà semplicemente girato agli americani o ad altri clienti”. Spiegazioni che non fugano i dubbi della delegazione, vista la mai chiarita vicenda dei contratti già firmati dalla Difesa – in violazione della moratoria parlamentare – per l’acquisizione di componenti per quattro ulteriori F35 (tra cui questo) oltre ai primi sei già acquistati (contratti n. 525 del 18 luglio 2013 e n. 054 del 25 Marzo 2014 relativi ai lotti 8 e 9).

Ma almeno una cosa risulta finalmente chiarita: questi ulteriori contratti non vincolano assolutamente il governo italiano ad acquistare altri F35 oltre ai sei già presi. Due di questi, sigla AL001 e AL002, già troneggiano nel capannone di assemblaggio finale, senza motori ma completati, poggiati sulle loro ruote. Visti da vicino sono enormi, dei pachidermi. La sola bocca del cannone di bordo che si apre di fianco all’abitacolo incute timore. I grandi vani sotto la fusoliera dove alloggeranno le bombe atomiche B61 sono aperti. A smorzare l’aspetto aggressivo è solo la base di verniciatura protettiva verde acqua. Sopra di essa verrà stesa la speciale vernice in grado di assorbire le onde elettromagnetiche: quella che li renderà – o dovrebbe renderli – invisibili ai radar, stealth come si dice in gergo.

E qui entra in ballo il misterioso capannone F5 ATF (Acceptance Test Facility), davanti al quale si ferma la delegazione parlamentare, ma anche gli ingegneri di Alenia e i generali dell’Aeronautica: lì possono entrare esclusivamente gli americani, l’accesso è interdetto ai tecnici e ai militari italiani. “Quando avremo fatto la verniciatura finale – spiega ingegner Busca – gli americani porteranno là dentro l’aereo per irradiarlo con particolari frequenze elettromagnetiche al fine di testare la sua invisibilità: se non andrà bene ce lo riporteranno indietro dicendoci dove intervenire”. “Su questo controllo il know how rimane esclusivamente americano”, ammette il generale Bianchi.

L’incontro ravvicinato con gli americani conclude la visita all’astronave Faco. Sul furgone militare scortato dai Carabinieri che riporta la delegazione alla base, Marcon e compagni si confrontano sull’ottavo F35 e sui quanti ne siano veramente stati presi dalla Difesa, ironizzando sull’avviso affisso agli scaffali degli attrezzi nello stabilimento, con la foto di un F35 in volo e sotto un invito agli operai: “Prendere solo il necessario”.