Il calendario appeso è fermo, indica novembre 2011, il giorno 15 è cerchiato di nero. Ha la scrivania invasa da fascicoli, le pareti ricoperte di fotografie. Dietro, c’è un detergente per vetri. Il terzo piano affianca lo Stadio Olimpico di Torino, la torcia è spenta: “Intravedo le montagne, i rumori del parcheggio mi fanno compagnia”. Il davanzale di questa morigerata stanzetta universitaria in corso Unione Sovietica ha un po’ di piante grasse e una coppia di melograni essiccati. Cose da socialismo reale. Butta giù un pezzo di salatino e stringe la confezione con la mano destra. Con la sinistra strappa un foglietto bianco, e lo mostra: “Questa era la mia vita appena finito il governo: il vuoto, il niente. E pensare che la giornata di un ministro era scandita dai minuti. Sono scesa da una giostra e ho continuato a girare senza motivo”. Elsa Fornero non lacrima, ma le pupille sono arrossate (per la congiuntivite): “Devo molto a una telefonata di Enrico Letta, era il 3 maggio 2013, era un venerdì, circa le 21 e 30. Io mi ricordo i particolari. Tornava dal primo viaggio da presidente del Consiglio. Mi disse: Elsa, se siamo ancora in Europa lo dobbiamo alle tue riforme. Non mi doveva quella gentile chiamata. Mi ha aiutato”.

Per cosa?
A fare la differenza: quella che non ti fa prendere il sonnifero per dormire.

Quando è sveglia, che fa?
Io mi alzo presto, mai dopo le 6:45. Insegno, faccio ricerca, scrivo commenti su riviste straniere. E viaggio molto per le conferenze, mi fa staccare, mi dà equilibrio. Ho gestito il mio tempo per non andare da uno psicologo o da uno psichiatra.

La capitale trasmette la nostalgia dei salotti.
Io non li frequentavo, e forse ne ho pagato le conseguenze. Soltanto una volta sono stata da Anna Fendi. C’era anche Emma Bonino.

Roma è romantica di notte.
Ma io stavo in ufficio a montare o smontare i testi di legge. La mia casa era una caserma. Una foresteria. Rientravo ogni sera entro le otto e mezza: c’era la cena, mi piaceva essere puntuale.

Anche questo è rigore.
La mensa chiudeva presto. Il carabiniere Pasquale, però, mi lasciava sempre un piattino di prosciutto o di bresaola, una pagnottella di pane, la cicoria romana: adoro quella verdura.

Molto sobri, poco amati.
Io l’ho fatto per spirito di servizio, la nazione era in discredito. Ho conosciuto bene la Grecia, il pugno duro della Troika. Noi ogni giorno dobbiamo rinnovare prestiti per un miliardo di euro: il rischio l’abbiamo toccato da vicino.

Questo l’ha fatta piangere?
Anche in Patagonia mi hanno deriso. Ho diverse lettere.

Era il debutto in conferenza stampa, una mazzata per gli italiani.
Ho sofferto tanto, ma era necessario. Un giorno ero abbattuta, poi entusiasta, poi di nuovo abbattuta. L’economista tedesco Daniel Gros mi mandava messaggi: devi salvare la moneta unica. Ho interpretato anche dei segnali.

Scaramantica?
Le coincidenze sono importanti. Atterro a Caselle, a Torino, e incontro padre Enzo Bianchi. Mi avvicino, in silenzio.

E Bianchi?
Ministro, deve sapere che preghiamo per lei.

Le preghiere non bastano.
Eh no, ho passato settimane tesissime . Ricordo una riunione, una cabina di regia, con dei professori bocconiani e un direttore di Bankitalia:terribile. Io illustravo il piano e loro mi dicevano: non è ancora sufficiente, così non basta.

Aveva ingoiato tante lacrime.
Davanti ai giornalisti non mi sono trattenuta più. Dovevo pronunciare il termine “sacrifici”, mi sono venuti in mente i miei genitori. Questa è la solitudine di un tecnico.

E perché ha accettato di entrare nel governo?
Era il 15 novembre, intorno alle 18, ero in partenza da Bruxelles. Non conosco complotti.

Prosegua.
Squilla il cellulare, è Monti. Comincia così: Elsa, puoi fare qualcosa per me. Io gli faccio gli auguri.

Educazione.
Mario replica: vuoi essere il ministro per il Lavoro? Hai due ore per decidere.

Fa le consultazioni?
Sì, rapide. Mio marito Mario (Deaglio) mi lascia libera: vorrei dirti di no, ma non posso. Mia figlia: non puoi rispondere no. Una mia cara amica di Torino, che aveva fatto politica, mi mette in guardia: finirai stritolata, stai attenta.

Chi ha avuto ragione?
Forse la mia amica.

Non era meglio votare nel 2011?
La situazione era drammatica. Il Parlamento aveva paura. Anche Pier Luigi Bersani era consapevole di non poter fare le riforme da Palazzo Chigi, il Pd l’avrebbe mollato. I partiti li abbiamo protetti noi.

E chi proteggeva Elsa Fornero?
Nessuno. Io sanguinavo come San Sebastiano, mi colpivano ovunque, e dovevo stare zitta, mentre Mario Monti faceva campagna elettorale.

Voleva correre in Scelta Civica?
No, un ministro impopolare non si può candidare. Ho votato quel movimento, però ritengo che Mario abbia sbagliato.

Perché l’ha fatto?
Io l’ho letto sui giornali. Avrà ricevuto pressioni internazionali e sperava di poter recuperare l’azione iniziale di un esecutivo che poi s’è perso.

Ascolti: e-so-da-ti. Cosa prova?
La ferita per un uso strumentale di un problema che va seguito negli anni. Questo vocabolo racchiude quelli che sono usciti con incentivi e quelli che sono in mobilità. Il mio auspicio era creare un mercato del lavoro per giovani, donne e cinquantenni.

I disoccupati aspettano.
Io ho modificato l’articolo 18 per livellare il rapporto tra le generazioni, per ridurre le cause di lavoro. Non l’ho ucciso. Adesso vogliono maggiore flessibilità, adesso le critiche non esistono.

Quando c’erano i tecnici, il Cavaliere non era ancora ex, non era pregiudicato.
Non mi stupisco che Renzi sia alleato con Berlusconi per riscrivere la Costituzione.

Perché?
I partiti fissano un obiettivo e lo raggiungono con chiunque: i politici sono cinici.

Com’è riformare con Berlusconi?
Ora è stato assolto per il processo Ruby, ma quella telefonata in Questura per liberare una prostituta minorenne lo rende inadeguato per sempre.

Parla spesso con Monti?
Due volte in due anni, stesso ritmo per Corrado Passera e Paola Severino. A volte mi confronto con Fabrizio Barca, Piero Giarda e con il presidente Giorgio Napolitano.

E cosa vi dite?
Lo stimo molto. È un po’ seccato dai politici che vanno al Quirinale, gli promettono tante cose e poi vanno fuori e si smentiscono. Accadeva anche a me.

Con chi?
L’elenco è lungo.

Il primo?
Luigi Angeletti della Uil. Era affettuoso: “Sei bravissima, perfetta”. Poi mi salutava e mi demoliva con i giornalisti.

Buone vacanze.
A settembre ho il foglio pieno, non più bianco. Ho rinunciato alla pensione da ministro, mi mancano quattro anni all’Università.

E fra quattro anni?
Vorrei avere meno affanno. Ho cinque nipoti, una casa in campagna che divido con mia sorella. Voglio leggere e coltivare l’orto.

Da Il Fatto Quotidiano del 27 luglio