Ben-Gvir, chi è il ministro colono e perché la colpa è stata scaricata solo su di lui (e non sul governo Netanyahu)
Un format ben collaudato. Il video del ministro israeliano Itamar Ben-Gvir che sbeffeggia gli attivisti della Flotilla non è certo il primo di questo genere. Nonostante ieri ci sia stata la presa di distanza di parte dell’esecutivo, in Israele (e non solo) lo conoscono bene e finora nessuno ha pensato di porgli un freno. Ostentare disprezzo, inneggiare all’odio, umiliare i prigionieri in filmati sui social sono ormai marchi di fabbrica del colono estremista diventato ministro. In queste ore però l’indignazione e la colpa sono state scaricate interamente su di lui. Un bersaglio perfetto per molti esponenti politici, che hanno potuto così sorvolare sulle responsabilità di colui che dell’ascesa di Ben-Gvir e di altri estremisti è corresponsabile: il primo ministro Benjamin Netanyahu. L’intero esecutivo infatti è espressione di quel modello, e al suo interno conta esponenti come Miri Regev, che in un video ha insultato gli attivisti proprio come ha fatto Ben-Gvir.
Entrato nel governo nel 2022 con la nomina a ministro della Sicurezza nazionale, Ben-Gvir ha ottenuto da Netanyahu legittimità e responsabilità cruciali per il Paese, come la gestione delle forze di polizia e di frontiera. Le tante provocazioni che ha in curriculum non sono rimaste tali, ma si sono trasformate in provvedimenti concreti. Anche perché Netanyahu non può permettersi di perdere il suo sostegno: i 6 seggi occupati dal partito ultranazionalista di cui è alla guida, Otzma Yehudit (Potere ebraico), sono essenziali per tenere in vita la coalizione di governo. Il suo programma, di stampo razzista e suprematista, ha trovato le porte spalancate. Nel corso del suo mandato ha lavorato per delegittimare la Corte Suprema, ha proposto l’annessione della Cisgiordania, e ha promosso la legge sulla pena di morte con impiccagione per i palestinesi approvata un mese fa dalla Knesset. Un voto che Ben-Gvir ha celebrato stappando una bottiglia in aula e indossando una spilla con il cappio.
La storia mediatica e politica del ministro è costellata di scene come quella di ieri. Mai nascoste, sempre rivendicate con vanto. A ottobre riservò un trattamento simile al primo equipaggio della Flotilla fermato, e poco dopo ai prigionieri palestinesi piegati con la faccia a terra. In quel caso fece una macabra aggiunta: “Qui manca solo la pena di morte” aveva detto guardando dritto la telecamera. Prima ancora un video lo mostrava in carcere mentre scherniva il detenuto palestinese più noto, il 66enne leader di Fatah, Marwan Barghouti, in carcere dal 2002 e oggi visibilmente provato dalla prigionia. Più volte si è reso protagonista, insieme a centinaia di coloni, di incursioni sulla Spianata delle moschee, dove sorge la moschea di Al Aqsa, per rivendicare l’accesso degli ebrei al sito religioso musulmano. Passeggiate che hanno alimentato la tensione e generato una valanga di critiche internazionali.
Avvocato, cinquant’anni, abitante dell’insediamento illegale di Kiryat Arba, vicino a Hebron, Ben-Gvir si radicalizza giovanissimo, già a 12 anni. Politicamente si forma nel movimento Kach del rabbino ultranazionalista di New York (naturalizzato israeliano), Meir Kahane. Un partito talmente razzista da essere messo fuori legge anche dalla Knesset e che, tra le altre cose, predicava la deportazione fuori da Israele dei palestinesi e di tutti i cittadini arabi. È in questo terreno che si forma l’attuale ministro. Crescendo costruisce il suo pensiero basato sulla superiorità ebraica e sulla negazione dell’esistenza del popolo palestinese. Posizioni radicali che spingono l’esercito a non accettarlo tra le sue file e a classificarlo come “soggetto pericoloso“. Celebre l’episodio del 1995: l’allora 19enne Ben Gvir appare in televisione con in mano lo stemma rubato dalla Cadillac del premier Rabin. “Siamo arrivati alla sua auto, arriveremo anche a lui” dice in quell’occasione. Rabin sarà assassinato poche settimane dopo dal fanatico di estrema destra Yigal Amir.
Grande estimatore di Baruch Goldstein, l’autore del massacro di palestinesi nella moschea di Hebron, nella campagna elettorale del 2022 Ben-Gvir agita una pistola carica durante un evento nel quartiere conteso di Gerusalemme, Sheikh Jarrah, incitando la polizia a sparare ai palestinesi che lanciano pietre. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, dà il via libera a un ordine di emergenza per facilitare le licenze per il porto d’armi ai cittadini israeliani, che potranno usarle “proteggere se stessi e l’ambiente circostante, quando necessario”.
Come ricostruisce in maniera dettagliata la giornalista Elena Testi nel suo libro, Genesi, negli anni Ben Gvir lavora per portare la sua ideologia nelle istituzioni, con un’abile strategia di normalizzazione delle sue posizioni. Decisiva l’alleanza (architettata da Netanyahu) con il leader del Sionismo religioso, l’altro estremista diventato ministro Bezalel Smotrich, che gli permette di superare la soglia di sbarramento ed entrare in parlamento. È il grande salto, quello che sancisce l’uscita dal movimentismo e l’approdo in uno dei ruoli più influenti del governo israeliano.