Disastro ambientale: ora lo dice anche una sentenza. Sono stati condannati quattro dei cinque dirigenti Tamoil a processo a Cremona per l’inquinamento dei terreni. Dopo sette anni di indagini e quaranta udienze il gup Guido Salvini ha inflitto la pena più pesante, per disastro ambientale doloso, ai manager Enrico Gilberti e Giuliano Guerrino Billi. Sei anni più sei mesi di arresto per l’inquinamento del sottosuolo e 9mila euro di ammenda per il primo, tre anni per Billi. Il libico Mohamed Saleh Abulaiha e Pierluigi Colombo sono stati invece condannati per disastro ambientale colposo. La pena stabilita è di un anno e otto mesi, più quattro mesi di arresto e 6mila euro di ammenda. Assolto invece il quinto imputato, il francese Ness Yammine, per non aver commesso il fatto: era arrivato infatti a Cremona solo nel 2007 e non era a conoscenza della situazione precedente.

In una requisitoria fiume che aveva ricostruito tutte le fasi della vicenda, il pm Fabio Saponara aveva richiesto per i manager condanne da sei a tredici anni di reclusione per il reato di avvelenamento delle acque, che il gup ha poi ridefinito in disastro colposo.

La vicenda era iniziata nel 2001, quando Tamoil si era “autodenunciata” come sito inquinato. In questo modo la compagnia libica si era avvalsa della normativa che consentiva la non punibilità per gli inquinamenti precedenti, ma obbligava a informare Comune, Regione e Arpa della reale situazione di inquinamento. La compagnia avrebbe dovuto anche attivarsi per ripulire le falde dei terreni inquinati. Tamoil era all’epoca proprietaria della raffineria che oggi è soltanto un deposito, situato a pochi passi dall’argine del Po e a meno di due km dal centro della città. L’inquinamento aveva investito non solo la zona del sito industriale ma anche i terreni esterni vicino all’argine del fiume in cui si trovano affollati circoli ricreativi di Cremona con piscine e attrezzature sportive. 

La perizia di 368 pagine disposta dal giudice aveva smontato la ricostruzione della difesa, secondo la quale l’inquinamento era “storico” e precedente alle attività della raffineria: i tre periti hanno stabilito che l’inquinamento è “riconducibile in modo univoco ai processi chimici svolti negli anni nello stabilimento petrolchimico”. Tra l’altro la perizia ha rilevato una forte presenza di MTBE, l’additivo usato per la benzina verde solo dalla prima metà degli anni 80.

A partire dal 2007 sono stati estratti dal terreno e dalla falda acquifera enormi quantità di idrocarburi contenenti tra l’altro anche benzene. Dalla fine del 2008 al 2011 sono stati recuperati 1800 metri cubi di idrocarburi che galleggiavano sulla falda acquifera. I terreni della raffineria e a valle sono ancora intrisi di queste sostanze.

Nel corso del giudizio abbreviato è stato infine scoperto che lo sversamento di idrocarburi era continuato anche dopo il 2001, data della “autodenuncia”, a causa delle pessime condizioni della rete fognaria della raffineria: in aula sono stati sentiti anche ex dirigenti ed ex dipendenti di Tamoil assieme a dipendenti di alcune ditte esterne che avevano parlato di rete fognaria “gruviera” all’origine dell’inquinamento, delle criticità strutturali delle condotte fognarie e di come l’azienda fosse consapevole di inquinare intervenendo però tardivamente sulle sue fogne colabrodo.

I risarcimenti saranno ora stabiliti in un separato processo civile, ma il giudice Salvini ha intanto riconosciuto una provvisionale per i soci delle società canottieri, di Legambiente e del Dopolavoro ferroviario.

E per il Comune di Cremona arriva un regalo inaspettato: l’amministrazione, tra molte polemiche, aveva deciso di non costituirsi come parte civile, nonostante l’invito del giudice. Il Comune aveva sostenuto di non essere stato danneggiato dalla compagnia libica. Per questo lo aveva fatto un comune cittadino, Gino Ruggeri, tesoriere dell’Associazione Welby di Cremona, utilizzando l’articolo 9 del Testo unico sugli Enti locali che prevede la sostituzione da parte di un cittadino elettore. Il risarcimento di un milione di euro a titolo di provvisionale riconosciuto dal giudice in suo favore lo incasserà però, malgrado l’inerzia, proprio il Comune.

di Maria Itri