In questi mesi ferve il dibattito sulle riforme da attuare nel Paese e, tra queste, autorevolissime voci si sono sollevate per sostenere la necessità di abolire la giustizia amministrativa (cioè i Tar ed il Consiglio di Stato) ed accorparla alla giustizia ordinaria: l’attuale presidente del Consiglio Matteo Renzi, l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, l’attuale vice-presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Michele Vietti sono solo alcuni tra questi.

Flebili voci dissenzienti, per lo più direttamente o indirettamente interessate ai privilegi di cui godono, hanno mosso deboli obiezioni, cui è facile replicare punto per punto.

La professionalità: si è detto che andrebbero sprecate delle preziose professionalità acquisite. Niente di più errato: al momento il sistema di privilegi dell’élite giudiziaria amministrativa ha circoscritto le competenze sulla materia a un ristretto cerchio di addetti ai lavori. Accorpando la giustizia si potrebbero avere molte centinaia di magistrati cui “attingere” alle competenze amministrative, senza doversi rivolgere sempre ai soliti Catricalà, Patroni-Griffi, Frattini, De Lise, Salvatore, Coraggio, alcuni dei quali coinvolti in scandali più o meno gravi: c’è davvero ancora bisogno di loro?

La celerità dei giudizi: nulla di più falso. I giudizi al Tar ed al Consiglio di Stato sono paralizzati per anni. L’unica eccezione sono i riti “preferenziali” voluti dal legislatore, che ben potrebbero essere richiamati nelle procedure innanzi al giudice ordinario.

La questione etica: si è cercato di minimizzare le inchieste che coinvolgono i magistrati amministrativi. Sbagliato. Pur essendo poche centinaia in tutto, sono qualche decina i magistrati amministrativi coinvolti in scandali e inchieste più o meno gravi. Dalla P2 alla cricca, dalle baby squillo dei Parioli alle mazzette per aggiustare ai processi. Basti pensare che degli ultimi sei Presidenti del Consiglio di Stato, tre sono tuttora indagati per reati contro la pubblica amministrazione, ed un quarto è stato coinvolto (da non indagato) negli scandali della cosiddetta cricca.

I costi: palazzi d’oro (nel senso vero della parola, considerando Palazzo Spada, la sede del Tar Napoli, del Tar Toscana, del Tar Palermo, del Tar Veneto) che meriterebbero di assurgere a fruttiferi musei aperti al pubblico, invece che a gravare su copiosi capitoli di bilancio (diversi milioni di euro l’anno) destinati a pochi privilegiati, con ambienti peraltro scomodi e non adatti alle funzioni pubbliche, ma sempre centralissimi e lussuosi. Poche stanze dei tribunali ordinari potrebbero bastare per ospitare il (poco) lavoro dei tribunali amministrativi.

I privilegi: quasi trenta presidenti per circa cento magistrati. Uno su tre. Questo è il Consiglio di Stato. Auto blu, udienze due volte al mese, produttività scarsissima se paragonata ai giudici ordinari, stipendi ben più copiosi di ogni altra magistratura. Per non parlare dei doppi incarichi e degli “straordinari” inventati dal “CSM” dei giudici amministrativi: una autentica contraddizione.

I conflitti di interessi: l’emblema del conflitto di interessi è il Consiglio di Stato. I suoi pochi componenti riescono a svolgere funzioni giurisdizionali, esecutive (capi di gabinetto di ministeri, sottosegretari e persino ministri) e legislative allo stesso tempo (capi degli uffici legislativi competenti sui decreti di attuazione, per esempio).

C’è davvero ancora bisogno di tutto questo? Matteo Renzi cominci da qui, se vuole mantenere fare riforme utili ed essere credibile.