Ci sono giudici e giudici in Italia.

Ci sono i magistrati ordinari, invisi alla politica per le loro scomode inchieste, ed i giudici amati dalla politica. Tra questi (quelli benvoluti), ve ne è una intera categoria, o quasi: i giudici amministrativi (Tar e Consiglio di Stato). Rappresentano una magistratura speciale, ben distinta dai Pm e dai giudici civili e penali.

Questa settimana, in un’intervista rilasciata a L’espresso, ho indicato alcune “incongruità” della categoria. Tempo fa invece, sempre in questo blog, avevo fatto un primo elenco di giudici amministrativi che fanno il “doppio lavoro”, al servizio del Governo o di qualche sua articolazione. Sono una percentuale di circa il 15-20% dei magistrati amministrativi e, nel tempo, ha servito trasversalmente tutti i governi, di ogni colore e partito. Ho già spiegato come l’organo di autogoverno della giustizia amministrativa (il Cpga) abbia recentemente ribadito come i giudici amministrativi non possano lavorare troppo e di come abbia perciò predeterminato i carichi di lavoro. Essendo anche io un magistrato amministrativo so bene quanto si lavori, e, soprattutto, quanto si possa lavorare di più.

Per cultura e sincera convinzione sono ovviamente a favore della tutela dei magistrati. Non amo, però, i privilegi. Fanno perdere di credibilità alla categoria, che invece ha grandissimi meriti. Essendo io un giudice amministrativo, parlo contro il mio interesse. Ma è un questione di coscienza e di deontologia, che nella mia scala di valori vengono ben prima del portafogli.

Ho visto decine di pubblici ministeri lavorare sempre fino a tardi. Anche la notte. Conosco giudici (ordinari) che fanno 4 o addirittura 5 giorni di udienze a settimana e che sono costretti  a scrivere le sentenze nel week-end. Ovviamente per loro non vi è alcun incentivo retributivo. È tutto dovuto, anche le critiche. Ci sono poi i magistrati amministrativi (Tar e Consiglio di Stato) che di udienze ne fanno solo due. Al mese. Il tempo per centinaia di incarichi extra, però, lo trovano sempre. L’arretrato, invece, cresce a dismisura e l’Italia rappresenta per questo il fanalino di coda innanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con centinaia di condanne l’anno. Evidentemente non si può andare avanti così.

E allora, come fare?

Il nuovo codice del processo amministrativo contiene una norma di attuazione, l’art. 16, che prevede la possibilità di disporre – nei limiti del bilancio – incentivi economici per smaltire l’arretrato. Insomma, lavorate di più e vi paghiamo di più. Una logica c’è e il principio sarebbe anche condivisibile, se non fosse che si applica solo ai magistrati amministrativi (che sono meno di 500). Quei giudici, dicevo, che – forti di un carico di lavoro massimo predeterminato dal loro stesso organo di autogoverno – fanno al massimo due udienze al mese, e, in totale, accumulano centinaia di incarichi extra ogni anno (si vedano i dati completi sul sito www.giustizia-amministrativa.it, cliccando su “Consiglio di presidenza”), ovviamente ben pagati.

Da chi?

Da quello stesso contribuente sul quale gravano i danni cagionati dal ritardo nel decidere le sentenze. A causa del tempo che manca o di quello che i giudici amministrativi dedicano ad altro? Ora, come se non bastasse, pretendono (non me la sento di scrivere pretendiamo) anche un incentivo per lo “straordinario”… cioè per fare nient’altro che il proprio lavoro!

Vedremo, a questo punto, se il governo – che non perde occasione per ribadire che i soldi per la Giustizia non ci sono, lasciando centinaia di giudici ordinari e di Pm a lavorare in condizioni disperate, senza mezzi informatici, senza carta, senza scorte ed avendo anche ridotto loro parte dello stipendio del 5-10% –  troverà le risorse per gli straordinari… dei magistrati amministrativi, a buona parte dei quali dà già il doppio stipendio per incarichi al proprio servizio!