Era un sistema collaudato quello del giudice del Tar del Lazio Franco Angelo Maria De Bernardi. Bastava bussare alla sua porta o a quella dello studio legale giusto per avere quella chance in più di vincere un ricorso amministrativo, battendo gli avversari dentro il segreto della camera di consiglio. Con prezzi che variavano a seconda del cliente: cinquantamila euro per una banca che aveva in ballo affari da milioni di euro, diecimila per un ammiraglio, alle prese con un ricorso personale.

Questa l’accusa della procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone – pm Stefano Pesci – che questa mattina ha chiuso quella porta. I carabinieri del Noe, comandati dal colonnello Sergio De Caprio e dal capitano Pietro Rajola Pescarini, hanno arrestato il magistrato (al suo secondo ingresso in carcere, dopo l’inchiesta della procura di Palermo su un affare di riciclaggio lo scorso maggio) e altre sei persone, coinvolte a vario titolo nella vicenda. In carcere – oltre al magistrato – sono finiti l’avvocatessa amministrativista romana Matilde De Paola e il faccendiere Giorgio Cerruti. Il Gip di Roma, Maria Paola Tomaselli, ha concesso gli arresti domiciliari ad altri quattro indagati: Giovannino Antonini, presidente della Banca Popolare di Spoleto (al centro di un’inchiesta della procura umbra), Francesco Clemente, Francesco Felice Lucio De Sanctis e Marco Pinti. L’accusa è di corruzione in atti giudiziari, reato che prevede una pena massima di dodici anni di carcere. Variegato il parterre dei presunti “clienti”, che andava da imprese di costruzione fino a banche, passando per emittenti radiofoniche e alti ufficiali della marina militare.

GLI AMICI DI FLAVIO CARBONI. Non tutti erano uguali. Il giudice De Bernardi, secondo gli investigatori, mostrava un particolare occhio clinico, in grado di soppesare economicamente chi bussava alla sua porta. Il 25 febbraio scorso si siede al tavolo di un lussuoso ristorante romano del quartiere Parioli, invitato da Giorgio Cerruti. E’ un pranzo a quattro con due ospiti d’onore: un monsignore con un ruolo importante in Vaticano e l’ex presidente della Banca popolare di Spoleto Giovannino Antonini. L’istituto di credito – controllato per il 25% da Mps, che recentemente ha disdetto il patto di sindacato – era stato commissariato dal Ministero dell’economia il 12 febbraio, a causa di un buco di diversi milioni di euro. Quel provvedimento – che allontanava il management dalla gestione, affidando i conti agli ispettori della Banca d’Italia – andava revocato, a ogni costo. La Banca popolare di Spoleto aveva presentato un ricorso proprio al Tar del Lazio, chiedendo l’annullamento del provvedimento del ministero. Il pranzo – secondo la ricostruzione dei magistrati romani – doveva servire a sistemare le cose, con l’intervento pilotato del giudice De Bernardi.

Giorgio Cerruti non era un mediatore qualsiasi. Il suo nome è apparso nelle cronache nel 1993, quando la sua Compagnia generale finanziaria fallì con un buco di 100 miliardi di lire. A lui – legato alla massoneria romana – gli inquirenti arrivarono seguendo i soldi di Licio Gelli, come ricorda la relazione finale della commissione antimafia del 1994. Cerruti da tempo aveva ottimi contatti: “Dall’indagine emerge come Cerruti circa vent’anni fa era in rapporti con Flavio Carboni e, tramite questi, con il circuito dell’usura a Roma, cioè con il tessuto connettivo della criminalità organizzata romana”, si legge nella relazione dell’antimafia depositata in parlamento. E a Carboni era legato anche Giovannino Antonini, il cui nome appare negli atti dell’inchiesta sulla P3.

L’affare, dopo la riunione nel ristorante romano, si avvia rapidamente alla conclusione. Secondo la ricostruzione degli inquirenti il prezzo pattuito per pilotare la decisione del Tar (la cui udienza finale è prevista per il prossimo ottobre) è stato di 50mila euro.

I DUE AMMIRAGLI. Tra i casi passati sotto la lente d’ingrandimento della procura di Roma ci sono anche vicende di minore peso economico. Anche due ammiragli risultano indagati. Un pezzo grosso della Marina militare è l’Ammiraglio di Squadra Marcantonio Trevisani, da cinque anni presidente del Centro alti studi per la difesa, la principale scuola di formazione degli ufficiali italiani. Dopo un primo contatto, emerge dalle carte, il giudice del Tar del Lazio invia l’ammiraglio dal suo studio di fiducia, diretto dall’avvocato Matilde De Paola, arrestata questa mattina. In questo caso il passaggio di quella che per gli inquirenti era una mazzetta destinata ad aggiustare una causa amministrativa sarebbe avvenuto attraverso una consulenza della compagna albanese del giudice (Mandija Evis) a favore dello studio legale De Paola. L’alto ufficiale – spiega il Gip – non voleva rischiare con un passaggio di soldi in nero.

C’era un secondo ammiraglio nel particolare elenco dello studio De Paola. E’ Luciano Callini, da diverso tempo ai vertici dello Stato maggiore della difesa. Nei mesi scorsi era stato chiamato come consulente dell’ammiraglio Branciforte ad occuparsi del caso dei due marò indagati in India per omicidio. In questo caso è lo stesso De Bernardi ad affermare in una conversazione telefonica con l’avvocato De Paola di aver fatto “una sentenza ad hoc”. Diecimila euro, spiega, il compenso pattuito.