L’ultima evoluzione ha permesso alla ‘ndrangheta lombarda di creare una propria banca clandestina a Seveso, in Brianza. Capace, grazie a collusioni con insospettabili e casse sempre gonfie di contanti derivanti dall’usura, di concedere finanziamenti e prestiti. Tanto che il gip di Milano Simone Luerti scrive nella sua ordinanza di custodia cautelare contro l’organizzazione di Giuseppe Pensabene, 47 anni affiliato alla famiglia Imerti fin dagli anni 80 e capo della locale di Desio, che ci troviamo di fronte a una “nuova mafia“. Dove non è indispensabile né l’affiliazione, né le pistole, né la gerarchia. Ma che è tenuta in vita grazie alla spregiudicatezza di alcuni uomini d’affari. Nell’operazione della squadra mobile, guidata da Alessandro Giuliano, e della Direzione distrettuale antimafia di Milano spuntano tre identikit di imprenditori disposti a organizzare business con la ‘ndrangheta. Profili diversi, che allo stesso tempo hanno tra loro punti in comune: tengono sempre la bocca chiusa e non hanno mai un ripensamento. Perché l’obiettivo è sempre lo stesso: macinare soldi. Torna a sottolineare la gravità di questo aspetto, il procuratore aggiunto Ilda Boccassini: “Ancora una volta, abbiamo trovato imprenditori usurati e malmenati che hanno preferito non denunciare”. Nelle 700 pagine dell’ordinanza che ha portato a 34 ordinanze di custodia cautelare saltano fuori tre nomi: Antonio RosatiFabrizio Politi e Fausto Giordano.

L’ex presidente del Varese Calcio non denuncia
Rosati è un importante costruttore di Varese e vice presidente esecutivo del Genoa che entra in affari con il gruppo di Pensabene – scrive il giudice – “per compiere alcune speculazioni edilizie”. L’ex presidente del Varese Calcio, candidato in una lista civica che alle elezioni regionali del 2013 in Lombardia appoggiò Roberto Maroni, viene avvicinato nel 2012 da Pensabene. E alla fine si trova costretto a cedere alcuni appartamenti al gruppo, per far fronte a un debito contratto da un altro imprenditore con gli uomini della locale. Rosati, che non risulta coinvolto nelle indagini dell’antimafia milanese, sostiene di “non aver mai avuto niente a che fare con persone legate alla criminalità organizzata” e che “non avrebbe difficoltà a rivolgersi all’Autorità giudiziaria”. Cosa che, secondo gli inquirenti, non è avvenuta nonostante le ripetute minacce e intimidazioni.

Politi, “il nuovo Briatore” in affari con i boss
C’è poi chi accoglie come manna dal cielo i soldi della ‘ndrangheta, convinto che il sodalizio possa mettere in sesto i conti dissestati delle proprie aziende. E’ il caso dell’imprenditore navale Fabrizio Politi, livornese di 41 anni. Il proprietario della Fashion Yachts, ditta di imbarcazioni di lusso, torna al centro delle cronache questa volta non per la vita mondana o le relazioni con la ex Spice Girl Geri Halliwell e la modella Naomi Campbell (guarda il video), ma per i suoi rapporti con il presunto boss Pensabene, che gli costano l’arresto. “Il nuovo Briatore”, come lo definivano qualche anno fa le riviste scandalistiche, sa benissimo con chi si sta per mettere in affari. Il suo socio Emanuele Sangiovanni – colpito anche lui dall’ordinanza di custodia cautelare – durante le conversazioni intercettate non usa giri di parole: “Questi non hanno studiato ad Harvard”. Lo stesso concetto viene ribadito sempre da Sangiovanni quando Politi, per sdebitarsi, vuole invitare il capo della locale di Desio a vedere una partita dell’Inter a San Siro: “Meglio non farsi vedere con quelli”. Segno – ragiona il giudice – che Politi conosce bene lo spessore criminale dei suoi soci. Ma poco importa. I due imprenditori, tra il 2011 e il 2012, spalancano le porte della loro società Italianavi srl ai finanziamenti della ‘ndrangheta. Hanno bisogno di soldi, e alla “nuova mafia” di certo non mancano capitali da investire. Anche perché – scrive il gip – Pensabene ha sempre considerato la nautica un settore ideale per ripulire il denaro. Politi e Sangiovanni approfittano anche della banca clandestina messa su dal boss per prestiti. Ma i due riescono a fatica a mantenere gli impegni presi e allora pensano di cedere il proprio cantiere navale di Viareggio al gruppo.

Il sodalizio culmina però – secondo gli investigatori – con le minacce all’imprenditore viareggino Francesco Guidetti, nome tra i più prestigiosi nella nautica versiliese. A maggio del 2012 Politi, per l’accusa, costringe l’imprenditore ad accettare le condizioni imposte da Pensabene – che intanto è deciso a mettere le mani sulla società Italianavi – e dal suo gruppo criminale. Perché Guidetti, che vanta un credito di circa 240mila euro nei confronti della società Italianavi Srl di Sangiovanni e Politi, deve essere convinto a “ridurre le sue pretese creditorie” e a sborsare quattrini per “finanziare in parte il completamento della costruzione di alcune imbarcazioni di lusso, affare gestito dalla stessa Italianavi, e nel quale era coinvolta direttamente, come finanziatrice, anche l’associazione mafiosa capeggiata da Pensabene”. Politi, però, con un comunicato stampa dopo l’interrogatorio davanti al gip precisa di non aver mai conosciuto “il gruppo di persone indagate”. “Politi – si legge nella nota – ha anche voluto chiarire fornendo tutti gli elementi a sua disposizione che – per quanto a sua conoscenza – l’unico denaro entrato nella società presso la quale è stato dipendente per 8 mesi e dalla quale ha percepito stipendi, è frutto dell’acconto su di una vendita da lui stesso procurata ed effettuata ad un armatore israeliano, di uno yacht di 72 metri del valore di 35 milioni di euro, somme ricevute direttamente dalla sede di Londra di Barclays Bank, che aveva finanziato l’acquisto”.

Da vittima a imprenditore della ‘ndrangheta
Se nelle pagine dell’ordinanza Politi appare ancora come un imprenditore borderline – propenso a concludere affari e a commettere eventuali reati, ma comunque esterno all’organizzazione -, c’è un’altra la figura che viene partorita dalla “nuova mafia”. Quella della vittima che, una volta saldati i debiti con l’organizzazione, compie una metamorfosi e diventa organica alla ‘ndrangheta. Fausto Giordano, attivo nell’edilizia, nel gennaio 2012 subisce un’evoluzione: dopo aver estinto  l debito con Pensabene entra a far parte del gruppo. Anche se per lui quello della mafia non è un terreno sconosciuto. Gli investigatori della Mobile, già prima dell’arresto per associazione mafiosa dei giorni scorsi, lo ritengono vicino alla famiglia di Domenico Pio, detto “Mimmo” o “Mico”, esponente di spicco della locale di Desio arrestato nell’operazione “Infinito”, che nel 2010 inflisse un duro colpo alle ‘ndrine del nord e lasciò un vuoto di potere pronto a essere colmato da Pensabene. Giordano nel 2012 è asfissiato dai debiti e le casse della sua azienda sono ridotte all’osso. Chiede e ottiene un prestito da 200 mila euro dalla locale di Desio. Reinveste e tira un sospiro di sollievo. Poi riesce a estinguere il debito con la banca dell’organizzazione cedendo due appartamenti. Ed è a questo punto, dopo aver saldato i conti che l’imprenditore svizzero diventa organico al gruppo: finanzia le collette per i detenuti ‘ndranghetisti in carcere, riscuote i debiti per conto di Pensabene – che deve agire con prudenza perché sorvegliato speciale -, e procaccia nuovi clienti da buttare in pasto alla banca della ‘ndrangheta e ai suoi interessi usurai. Giordano mette al servizio dell’organizzazione le sue società di copertura e indossa le vesti del mediatore per convincere altri imprenditori a saldare i debiti. E’ su di lui che nel 2010 vengono puntati gli occhi della squadra mobile di Milano. Ed è seguendo le sue tracce che l’antimafia milanese immortala l’ultimo balzo in avanti della ‘ndrangheta in Lombardia.