Una banca clandestina a Seveso (Monza e Brianza) della ‘ndrangheta, gestita da Giuseppe Pensabene, capo della locale di Desio e sorvegliato speciale. Uno sportello autonomo, che grazie a una rete di società di copertura e alla collusione di insospettabili, accumulava soldi provenienti dall’usura e dal riciclaggio, per portarli in Svizzera e a San Marino – ed evadere così il fisco – o per reinvestirli nell’economia sana. Ma i capitali venivano raccolti anche per “dare una mano” ai familiari dei mammasantissima coinvolti nella maxi operazione Infinito del 2010 e prestare soldi a imprenditori. Le indagini della squadra mobile milanese guidata da Alessandro Giuliano, e coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia del capoluogo lombardo guidata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini, hanno portato a 34 ordinanze di custodia cautelare e a perquisizioni e sequestri di beni mobili e immobili per il valore di decine di milioni di euro.

La banca clandestina gestita dalla locale ‘ndranghetista di Desio era sostenuta da una rete di società di copertura (39) e sulla disponibilità di dipendenti postali, bancari e di imprenditori, ed era collocata all’interno di un ufficio di Seveso – imbottito di microspie – che il procuratore Bocassini definisce “un tugurio”. Le misure di custodia cautelare sono state emesse dal gip di Milano Simone Luerti. I reati contestati a vario titolo sono: associazione mafiosa, riciclaggio, usura, estorsione, corruzione, esercizio abusivo del credito e intestazione fittizia di beni e società; reati in gran parte aggravati dall’utilizzo del metodo intimidatorio tipicamente mafioso e dalla finalità di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa.

La banca della ‘ndrangheta
Dobbiamo essere come i polipi, ci dobbiamo agganciare dappertutto, i tentacoli devono arrivare dappertutto, ci sono le condizioni per poterlo fare”. Aveva le idee chiare Giuseppe Pensabene
, 47 anni affiliato alla ‘ndrangheta fin dagli anni 80 e co-reggente – secondo i magistrati – della locale di Desio, su come doveva essere organizzata la sua “piovra”. E in parte il progetto si era concretizzato, tanto che l’organizzazione – si legge nell’ordinanza – poteva contare su una banca clandestina. Il gip arriva a definire Pensabene “una sorta di Banca d’Italia“, mentre dai suoi uomini veniva chiamato “papa” o “sovrano”. Lo stesso gip lo descrive come un ‘ndranghetista atipico che gestisce “un’organizzazione raffinata e non una semplice banda criminale”. E’ lo stesso presunto boss che chiarisce la natura della loro attività a un sodale. La conversazione viene captata dalle microspie degli investigatori nel “tugurio”. Vincenzo Cotroneo, arrestato nell’operazione della mobile, commenta: “Non è che i lavori che facciamo noi siano da ‘ndrangheta?”. Pensabene precisa: “Enzo, ma stai scherzando? E’ imparagonabile la cosa… Enzo, uno deve stare lontano dalla droga dalle armi, dal 416 bis, da quelle cose là deve stare lontano…”. Insomma, dalle pagine dell’ordinanza sembra emergere una struttura ‘ndranghetista slegata dalle logiche arcaiche. Le pistole ci sono, a volte si ricorre a pestaggi per rimettere in riga chi non paga, ma di norma si preferisce usare le regole della finanza sporca per gli affari. E’ sempre Pensabene che dà una delucidazione sull’argomento in un’altra chiacchierata: “Tino, ma non è che manca chi deve andare a sparare… non è che mancano ‘ste cose, Tino… le conseguenze sono troppe… non è che il problema è solamente sparare… a sparare… le conseguenze sono dopo”.

Per questo Pensabene – secondo i magistrati cardine dell’organizzazione – punta sulle attività finanziarie. E per questo le casse della sua banca erano sempre piene e ingrassate dai soldi che arrivavano dal giro di usura e da altri reati e che poi venivano reinvestiti per acquistare attività economiche, in particolare nel settore dell’edilizia, dei trasporti e della nautica. Ma anche nel settore delle energie rinnovabili, del commercio, della ristorazione e degli appalti pubblici. Parte dei capitali accumulati finiva  nelle banche svizzere o di San Marino per essere riciclata o per aiutare le famiglie dei carcerati di ‘ndrangheta coinvolti nell’operazione “Infinito“, inchiesta che aveva lasciato un vuoto di potere pronto a essere colmato. Come una banca, l’organizzazione messa in piedi concedeva – a tassi usurai – prestiti a imprenditori, talvolta costretti a cedere le proprie attività agli uomini legati alla locale di Desio. La struttura poteva contare sulla complicità di alcuni dirigenti di istituti di credito e anche di un direttore e di alcuni dipendenti di un ufficio postale della Brianza, corrotti con favori e regali, che autorizzavano prelievi di contanti, ovviamente in barba a tutte le norme antiriciclaggio. Pensabene per i “prelievi” preferiva le Poste, perché, spiega: “Alle poste è meglio, perché possiamo avere subito 100-200mila euro da usare per i nostri affari…”. Tra gli arrestati anche Vincenzo Bosco e Walter Alessandro La Coce, direttore e vice-direttore dell’ufficio postale di Paderno Dugnano.

“Il capo dell’organizzazione”
A gestire tutto – secondo gli investigatori – è sempre lui: Pensabene, che già nel 2010 viene sfiorato dall’inchiesta Infinito e che, da sorvegliato speciale, riusciva a gestire i suoi affari. Era lui che impartiva ordini e dirigeva la complessa struttura assegnando i compiti e dando disposizioni ai diversi associati. Sceglieva come investire il flusso di denaro che i suoi soldati estorcevano in Calabria, con Roberto Morgante, e in Lombardia, grazie a Vincenzo Cotroneo. Era sempre lui, secondo i magistrati, che fissava i tassi di interesse dei prestiti e il costo del denaro contante venduto. Pensabene si occupava inoltre della gestione dell’ampia rete di società di copertura, alcune usate per creare “schermi” per i capitali illeciti. Controllava la gestione delle attività economiche acquisite e “eseguiva – scrive il gip – personalmente o mandando i suoi collaboratori le estorsioni, alcune delle quali finalizzate a recuperare i crediti, altre a tutelare il prestigio e gli interessi dell’associazione mafiosa”. Infine il presunto boss si occupava di mantenere i rapporti con altri gruppi criminali lombardi, come quello dei fratelli Martino, Giulio e Domenico, referenti della cosca Liberi, o quello su un gruppo legato alla famiglia Fidanzati, e con Antonio Robertone, detto “Ciccio Panza”, esponente di spicco della cosca Mancuso.

L’ex assessore Forza Italia “gestiva la cassa per i detenuti”
Oltre a Pensabene l’altra figura di spicco era quella di Domenico Zema, detto Mimmo, anche lui ritenuto al vertice della locale di Desio. Il passato di Zema è emblematico. Sposato con Loredana Moscato – figlia di Giuseppe Annunziato Moscato detto “Peppe”, capo indiscusso della locale arrestato nell’operazione Infinito – è stato arrestato nel 2000 nell’operazione “Scilla” condotta dal Ros dei Carabinieri di Reggio Calabria, nei confronti della cosca Iamonte. Zema è stato poi prosciolto dai reati, ottenendo, nel corso del 2011, la riabilitazione e la cancellazione dalla banca dati dell’arresto. All’epoca del suo arresto, Zema era assessore all’Urbanistica in quota a Forza Italia nel comune di Cesano Maderno (MB), e – dopo i guai giudiziari – aveva lasciato la politica per diventare un imprenditore del mattone. Secondo i magistrati antimafia di Milano era lui che insieme a Pensabene – che lo definisce “uomo di storia, di fatti, di rispetto, di amicizia, di esperienza, di conoscenze” – coordinava la raccolta di fondi a sostegno dei parenti degli affiliati alla locale finiti in carcere. Zema suggeriva poi al presunto reggente come investire le grosse somme di denaro contante e come conservare meglio i capitali. L’ex assessore forzista dava inoltre la sua autorizzazione per avviare il giro di usura e minacciava gli imprenditori perché non lavorassero più nella zona di Desio, che considerava suo territorio.

Zema, “l’uomo che portò Ponzoni ai vertici della Regione Lombardia”
Ma nonostante l’uscita dalla vita politica dopo l’arresto, sembra che l’imprenditore edile Domenico Zema non avesse perso la sua capacità di influenzare il potere. Intercettato dalle cimici degli investigatori piazzate nel suo ufficio nell’aprile del 2010, Pensabene parla con Tino Scardinato. L’argomento della conversazione è proprio l’ex assessore di Forza Italia e la fine della sua carriera dopo l’arresto del 2000. “L’hanno bruciato, l’hanno arrestato e l’hanno… perché tu dalla politica te ne devi uscire altrimenti tu –  dice Pensabene – Poi ha portato una persona lui su al vertice …. che oggi è al vertice qua che si chiama …. Questo qua è il braccio destro di Formigoni”. Pensabene non rammenta il nome, poi la memoria torna e lo pronuncia: “Ponzoni… Lo ha appoggiato forte Zema tutte le amicizie sue, i voti suoi glieli ha dati tutti a questo Ponzoni. Poi hanno litigato e..”. Il riferimento è all’ex assessore regionale Pdl Massimo Ponzoni, arrestato nell’ambito dell’inchiesta della procura di Monza sul ‘crac Pellicano’.

La “nuova mafia”
Ma nelle pagine dell’ordinanza emerge una struttura nuova che non porta con sé i tratti tipici delle organizzazioni mafiose. Non ci sono rituali di affiliazione, né gradi, né c’è bisogno di usare armi, eccetto nei casi limite. Una nuova creatura retta dalle intimidazioni contro gli imprenditori, ma anche grazie alla complicità di alcuni di loro. “Per alcuni operatori economici la mafia rappresenta un vincolo, per altri un’opportunità”, scrive il gip. Perché, sempre secondo i magistrati antimafia di Milano, tutti gli imprenditori che entravano in contatto con l’organizzazione di Pensabene conoscevano la sua natura criminale. Ma proprio per questo cercavano di trarne il maggior profitto possibile per le loro attività. E anche quelli che venivano minacciati, non hanno mai denunciato i mammasantissima. Dall’operazione condotta dalla mobile milanese emerge poi un’altra figura: quella dell’imprenditore che viene assorbito dall’organizzazione. Come Fausto Giordano, attivo nel campo dell’edilizia e molto vicino alla famiglia di Domenico Pio, detto “Mimmo” o “Mico”, esponente di spicco della locale di Desio arrestato nell’operazione “Infinito”. La figura di Giordano subisce una metamorfosi nel gennaio 2012. Dopo avere saldato il suo debito con l’organizzazione di Pensabene, cedendo appartamenti di sua proprietà, l’imprenditore entra a fare parte della locale, con il ruolo specifico di procacciare nuovi clienti e nuovi affari per la stessa organizzazione criminale. Oltre a questo, all’imprenditore viene affidato l’incarico di seguire la parte tecnica relativa alla gestione dei cantieri edili acquisiti dalla locale di Desio, tramite le sue società di copertura. L’imprenditore, poi, ha messo a disposizione le sue società edili per aggiudicarsi i guadagni dell’organizzazione. Ed è proprio da lui che nel 2010 partono le indagini della squadra mobile guidata da Giuliano.

‘Ndrangheta e calcio
Tra le vittime del giro di usura c
i sono anche il vice presidente esecutivo del Genoa Antonio Rosati, e il dg della Spal Giambortolo Pozzi che – secondo i magistrati – hanno chiesto un aiuto alla banca della ‘ndrangheta. Nell’ottobre 2011, infatti, il clan avrebbe elargito 100mila euro alla Spal Calcio e un altro prestito di 30mila euro sarebbe stato erogato personalmente a Pozzi nel gennaio 2012, con interessi, scrive il gip, “di natura chiaramente usuraia”. In un incontro a Seveso, Pensabene e altri del clan “ottenevano il rilascio da parte di Pozzi di 36 cambiali (…) per un importo complessivo di 198mila euro”. Rosati, invece, già presidente del Varese Calcio e candidato in una lista civica che nelle elezioni regionali del 2013 in Lombardia appoggiò Roberto Maroni, secondo il gip, è risultato “in rapporti di affari con Pensabene”, tanto che avrebbe concordato con uomini del clan “di operare alcune speculazioni edilizie”. Mentre l’ex presidente della Nocerina, Giuseppe De Marinis, sarebbe stato pestato fino al distacco della retina di un occhio per un debito usurario.