I privati fanno il danno, ma a pagare il conto è il pubblico. E’ questo, in sostanza, l’esito degli “Accordi di Programma”, previsti dal “Destinazione Italia” al fine di mettere in sicurezza e riqualificare le aree di crisi industriale complessa. Fra i siti inquinati c’è anche la Ferriera di Trieste, impianto siderurgico negli ultimi anni al centro di polemiche per il suo inquinamento e al momento in regime di amministrazione straordinaria dopo la direzione del gruppo Lucchini. L’Accordo di programma che la riguarda parla chiaro: lo Stato dovrà mettere sul piatto, per la messa in sicurezza e reindustrializzazione dell’impianto, ben 42 milioni di euro.

Interrogata qualche mese fa sul futuro incerto della Ferriera, la Presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani (Pd) aveva risposto: “Nell’Accordo di Programma troverete scritto chi fa cosa, quanti soldi ci mette e il cronoprogramma degli interventi”. A distanza di qualche mese, l’attesissimo accordo è stato siglato a Roma. Cinque ministeri, Sindaco di Trieste e le Presidenti di Provincia e Regione hanno sottoscritto il patto. Unica firma mancante, quella dell’Autorità Portuale.

“Chi fa cosa”, quindi? Mentre il futuro proprietario della Ferriera, che sarà deciso in seguito a un bando pubblico, dovrà impegnarsi economicamente per un totale di circa 15 milioni di euro, saranno i cittadini a coprire la ben più consistente parte mancante del capitale necessario per mettere a norma l’impianto: 42 milioni di soldi pubblici.

E i privati che hanno precedentemente inquinato? Dall’accordo si evince che restano “ferme le responsabilità dell’autore della contaminazione nei modi previsti dalla legge”; e in effetti, quando si menzionano le spese che dovrà sostenere il nuovo acquirente, si specifica che potrà rivalersi “nei confronti dei responsabili della contaminazione”. Peccato che, stando alle premesse dell’Accordo di Programma stesso, “non è possibile risalire all’imputazione soggettiva dei singoli atti e attività che nel tempo hanno concorso alla realizzazione dell’area demaniale con riporti e materiali inquinanti”. Il che significa, detto in parole povere, che la spesa per rimuovere gli enormi cumuli di materiale inquinante presenti nell’area demaniale della Ferriera (il cui costo è stato stimato nell’ordine dei 10 milioni di euro dall’Autorità Portuale) non sarà a carico di coloro che hanno inquinato. Chi pagherà, quindi? Non è ben chiaro, dato che – come osserva l’Autorità Portuale – la rimozione dei cumuli non è stata nemmeno presa in considerazione all’interno dell’Accordo di Programma. “L’Accordo di Programma ha fissato una prima serie di interventi, per tutto ciò che non è ancora previsto dall’accordo vale il principio del «chi inquina, paga»”, ci dice il Sindaco di Trieste Roberto Cosolini. Come mai allora il costo principale per la messa a norma degli impianti, logorati dalla mala gestione dei precedenti proprietari (con le evidenti conseguenze negative sotto il profilo delle emissioni), è a carico dei cittadini? E come mai all’interno dell’accordo si sostiene che non è possibile risalire ai colpevoli dell’inquinamento? “Scusi sono a una riunione, non posso continuare a parlare”, conclude. La Presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, invece, ha preferito non rispondere alle nostre telefonate.

I problemi dell’Accordo di Programma non riguardano solo gli impegni economici delle parti, ma anche il merito delle misure individuate da ministri e amministratori locali per la prevenzione della salute di operai e cittadini. Il pm Federico Frezza, che lo scorso agosto ha aperto un fascicolo sugli eccessivi sforamenti degli inquinanti dello stabilimento siderurgico, ha infatti inviato una lettera all’Assessore regionale all’Ambiente, al Comune e all’Azienda Sanitaria, in cui ha messo in luce un problema essenziale dell’accordo sottoscritto.

Il perito del pm Marco Boscolo, in uno studio sullo stato degli impianti della Ferriera, lo aveva scritto nero su bianco: al fine di far rientrare nei limiti consentiti gli inquinanti nell’abitato di Servola “si ritiene opportuno contenere il regime di marcia della cokeria entro un numero massimo di 80 sfornamenti al giorno”. Ma di questo limite, in seguito definito dallo stesso perito “essenziale ed imprescindibile”, non vi è traccia nell’accordo siglato a Roma.

Mentre al Senato il decreto “Destinazione Italia” è stato convertito in legge in extremis, evitando così che lo stesso Accordo di Programma per la Ferriera perdesse ogni valore, anche l’Autorizzazione Integrata Ambientale concessa allo stabilimento triestino, necessaria per la continuazione dell’attività siderurgica, è scaduta lo scorso 20 febbraio. A questo si aggiunge la difficile situazione occupazionale dell’impianto: il 25 febbraio scatta infatti la cassa integrazione per i 300 operai che lavorano nell’altoforno, il quale verrà temporaneamente chiuso per gli improrogabili lavori di messa in sicurezza. Cassa integrazione che – così l’accordo sottoscritto con i sindacati – dovrebbe terminare con l’acquisto finale dello stabilimento. Ma l’ingegnere Arvedi, unico imprenditore ad aver finora mostrato interesse per la Ferriera, su questa complessa situazione è da tempo chiuso in un silenzio assoluto.