Alluvione a Modena, Roma e Veneto, frane e allagamenti in Liguria, Firenze e Pisa minacciate dall’Arno, spiagge erose dalle mareggiate lungo l’Adriatico da Rimini a Venezia, sofferenza per la scarsità di neve in Appennino mentre sulle Dolomiti chiudono gli impianti per la troppa neve, bagnata e primaverile, con pericolo valanghe. Scarseggia la neve e fa caldo alle Olimpiadi di Sochi, in Russia ma si rimedia con quella immagazzinata negli scorsi inverni in silos refrigerati, eufemisticamente detti “snow farm”, fattorie di neve. 
Ma non è tutto, anche l’Inghilterra è in ginocchio per le alluvioni, le mareggiate e le tempeste di vento sulle coste, ed infuriano le polemiche sui colpevoli, anche perché per salvare Londra si sarebbero allagati piccoli borghi. Perfino l’ipertecnologico Giappone è messo in ginocchio da tempeste di neve e gelo, con i super moderni treni bloccati dal ghiaccio.

Contro gli eventi estremi, contro le conseguenze ormai evidenti dei cambiamenti climatici, non basta la tecnologia.
Tutti questi fenomeni meteoclimatici, concentrati nell’ultimo mese, hanno un comune denominatore: il clima è fuori controllo. Scientificamente un singolo evento non può essere ascritto alle conseguenze, sotto forma di cambiamenti climatici, del global warming indotto dall’aumento dei gas serra in atmosfera. Ma il ripetersi di tanti eventi di questa portata un campanello d’allarme dovrebbe metterlo nella popolazione. E se invece delle nutrie i 

veri colpevoli fossero le centrali a carbone, le nostre stesse automobili, gli inceneritori, le fabbriche, e via dicendo, chi paga i danni? Sembrerà strano, ma alle ultime conferenze sul clima, a Doha in Qatar nel 2012 e a Varsavia 
in Polonia lo scorso novembre 2013, si è discusso più di questo che di come ridurre i gas serra. 
 
 Siccome i paesi “inquinatori”, storici e maggiormente responsabili come Usa, Canada, Russia, Australia Regno Unito, Germania, ed il resto dell’Unione Europea non riescono a mettersi d’accordo coi paesi come Cina, Brasile, Sudafrica e altri che (forse) oggi inquinano di più, ma fino a pochi anni fa consumavano un decimo di noialtri privilegiati occidentali, la complessa macchina burocratica delle Nazioni Unite ha escogitato un meccanismo detto “loss and damage: perdita (per esempio, pensiamo ai nostri fatti recenti, un’automobile spazzata via o danneggiata irrimediabilmente da un’alluvione) e danno (per esempio, una casa da ristrutturare per i danni dell’acqua). Un meccanismo in realtà non ancora in vigore, o almeno non finanziato, una scatola vuota insomma e comunque rivolto ai paesi in via di sviluppo. 
 
Per esempio, le Filippine devastate con oltre 6000 vittime dal ciclone Haiyan, lo scorso novembre, dovrebbero essere ripagate da un apposito fondo finanziato dai paesi più ricchi e storicamente responsabili dei cambiamenti climatici.
 
Questo per i paesi in via di sviluppo, ma le catastrofi legate ai cambiamenti climatici non risparmiano nemmeno i paesi più ricchi e industrializzati. Per esempio, ammesso che si possa stabilire un nesso di causa-effetto col clima in cambiamento, chi paga per i danni dell’uragano Sandy, o dell’alluvione in Inghilterra o Modena, o delle eccessive nevicate sulle Dolomiti, o ancora delle frane in Liguria o del nubifragio di Roma? Vero che ci sono anche altre concause e probabilmente responsabilità, dirà qualcuno, ma è indubbio che a scatenare l’evento sono state le precipitazioni straordinarie. Qualcuno sostiene che nei paesi più ricchi, i danni locali li pagano gli inquinatori locali.

Naturalmente, la questione è controversa, politicamente e giuridicamente, ma se così fosse i danni delle alluvioni in Liguria dovrebbero in buona parte pagarli le centrali elettriche a carbone, quella in Emilia le industrie manifatturiere e gli inceneritori, le eccessive nevicate o la scarsità di neve, o i danni da mareggiate alle spiagge, paradossalmente, anche gli stessi operatori turistici. Poi, in parte, anche tutti noi, che usiamo l’auto o riscaldiamo e illuminiamo (spesso eccessivamente) la casa, nonché i centri commerciali, vere macchine energivore dove non basta certo un pannello solare per definirli “ecologici”, altrettanto l’agricoltura che nel contempo produce gas serra sia consumando energia sia indirettamente (fertilizzanti, bestiame) ma subisce anche i danni stessi da cambiamenti climatici. 
 

Naturalmente, questo che scriviamo è poco più di una provocazione, se ho una perdita d’acqua in casa non posso dire a chi è sotto “apri l’ombrello e ti ripago i danni”. Bisogna chiudere il rubinetto, o meglio l’emissione di gas serra, riducendo drasticamente l’uso dei combustibili fossili. Occorre fermare il global warming “ad ogni costo” entro la soglia di 2°c di qui al 2100, ci dice perfino la banca Mondiale. 
L’impressione però è che la politica non lo farà mai, e forse nemmeno noi tutti siamo pronti ad accettare i cambiamenti di stile di vita (e soprattutto modello di sviluppo) necessari. Ma nemmeno possiamo continuare ad accettare catastrofi a ripetizione che, complice il dissesto e il degrado del territorio, hanno un comune denominatore: i cambiamenti climatici che aumentano gli eventi meteorologi estremi. 
Ma cercare un meccanismo di pagamento dei danni, forse, non è proprio la strada giusta, se non si interviene sulle cause.