Tanti soldi, un miliardo e 100 milioni di euro, investiti per la salvaguardia ambientale in 17 anni e altrettanti, anzi qualcosa di più, un miliardo e 200 milioni “rubati”, trasferiti all’estero e poi scudati a partire dal 2009. E’ l’ultimo paradosso che viene fuori dalle “ciminiere” dell‘Ilva di Taranto. I cacciatori di evasori della Finanza, coordinati dalla Procura di Milano, hanno trovato nelle Jersey island e sequestrato un tesoro, depredato tra il 1996 e il 2006 dalle casse aziendali mentre l’inquinamento della zona cominciava a colpire. A leggere i bilanci dell’Ilva nel corso della gestione Riva sono stati investiti totale di 6,1 miliardi di euro investiti di cui 1,1 appunti destinati a tutelare il territorio dalle scorie e dall’inquinamento. A leggere invece le carte della nuova indagine – per frode fiscale, riciclaggio, intestazione fittizia e truffa ai danni dello Stato – contemporaneamente un mucchio di denaro veniva “drenato” e che invece di finire in un paradiso fiscale, sarebbero potutti essere reinvestiti per rimediare agli effetti dell’impianto sui terreni e acque, al centro di una inchiesta della Procura di Taranto per disastro ambientale iniziata nel luglio scorso e che è proseguita arrivando fino alla Corte Costituzionale.

Negli anni che vanno dal 2009 al 2012 l’azienda di Taranto ha perso 1,1 miliardi di euro, cifra poco meno inferiore di quella su cui ha messo i sigilli il pool del dipartimento reati finanziari, coordinato dal procuratore aggiunto Francesco Greco. Sono quei soldi “persi” quelli ritrovati dai detective delle Fiamme Gialle?

Secondo la ricostruzione dei pm, Mauro Clerici e Stefano Civardi, i soldi ritrovati sono stati drenati dalla società “Fire Finanziaria” spa, trasformata in “Riva Acciaio” e poi in “Fire Finanziaria”. Il denaro è stato quindi trasferito a società di partecipazione estere e offshore grazie a tre operazioni di cessioni di partecipazioni industriali (1995, 1997 e 2003-2006 ) “tutte conseguenti all’acquisizione dall’Iri dell’Ilva spa e quindi – si legge nelle carte dell’inchiesta – fittiziamente intestato a otto trust al fine di agervolarne il riciclaggio e il reimpiego”. Soldi rubati quindi e poi rientrati in Italia grazie allo scudo fiscale; il “settlor” (ovvero colui che dispone dei beni) degli otto trust – quattro con nomi di costellazioni Orio Sirius Venus e Antares (istituiti nel 1997) – era Adriano Riva, classe 1931, fratello di Emilio il patron ormai 87enne, già ai domiciliari per l’inchiesta pugliese. Entrambi sono indagati per truffa e interposizioni fittizia. Adriano, in verità, non avrebbe potuto usufruire dello scudo perché cittadino canadese. Ed è così che entrano nella storia giudiziaria anche due commercialisti, indagati per riciclaggio, che hanno fatto in modo che risultasse settlor il solo Emilio. I soldi scudati sono poi finiti su conti bancari, per sottoscrizioni di prestiti obbligazionari della Riva Fire (60 milioni) e anche per sottoscrivere prestito obbligazionario emesso da Alitalia per 16 milioni.

Secondo gli inquirenti i trust “maturavano significative plusvalenze all’estero in paesi a fiscalità privilegiata per la cessione di pacchetti azionati che fondavano il loro valore nella partecipazione a società del gruppo Riva … Costanti di tutte le operazioni sono: la cessione, tramite articolate schermature, di partecipazioni derivate dall’acquisto Ilva dall’Iri”, naturalmente “le cessioni si consumavano fra ricorrenti controparti, da un lato la holding italiana dall’altro società di diritto estero dietro le quali si nascondevano sempre i fratelli Riva; i prezzi delle cessioni erano artificiosi e funzionali a frodare, spostando liquidità dalla holding alle persone fisiche, dall’Italia all’estero”. 

C’è chi già pensa che i soldi sequestrati a questo punto potranno essere utilizzati per ripulire l’ambiente dai veleni, in una zona dove si registra un innalzamento delle percentuali di persone che si ammalano di tumore. “Il sequestro dei beni della famiglia Riva – dice il presidente dei Verdi Angelo Bonelli – è una notizia importantissima per Taranto perché quelle risorse rappresentano la garanzia che le bonifiche potranno partire davvero”.