La legge ‘salva Ilva‘ è costituzionale. Lo ha stabilito la Corte costituzionale al termine dell’udienza con la quale ha dichiarato inammissibili o infondati i ricorsi proposti dalla magistratura ionica. Per la prima volta in Italia, il diritto alla salute viene posto in secondo piano rispetto al lavoro. La Corte costituzionale in comunicato emanato poco fa ha spiegato di ritenere “in parte inammissibili e in parte non fondate le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 3 del decreto-legge n. 207 del 2012, conv. dalla legge n. 231 del 2012” aggiungendo che “la decisione è stata deliberata, tra l’altro, in base alla considerazione che le norme censurate non violano i parametri costituzionali evocati in quanto non influiscono sull’accertamento delle eventuali responsabilità derivanti dall’inosservanza delle prescrizioni di tutela ambientale, e in particolare dell’autorizzazione integrata ambientale riesaminata, nei confronti della quale, in quanto atto amministrativo, sono possibili gli ordinari rimedi giurisdizionali previsti dall’ordinamento”. Non solo. I giudici delle leggi hanno “ritenuto che le norme censurate non hanno alcuna incidenza sull’accertamento delle responsabilità nell’ambito del procedimento penale in corso davanti all’autorità giudiziaria di Taranto”. Una decisione, quindi, che apre uno scenario tutto nuovo. Un quadro preoccupante nel quale, in attesa di adeguarsi alla legge, la fabbrica dei Riva potrà continuare a inquinare e vendere il milione e settecentomila tonnellate di acciaio bloccato dalla Guardia di finanza il 26 novembre come corpo del reato.

Interpellato dal fattoquotidiano.it, il procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, ha replicato seccamente: “Prendiamo atto della decisione della Corte e andiamo avanti. Noi continuiamo a lavorare”. Il lavoro del pool inquirente composto anche dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Giovanna Cannarile, Mariano Buccoliero e Remo Epifani non è affatto chiuso. L’indagine a carico dei vertici aziendali e della proprietà Ilva, accusati a vario titolo di disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, corruzione in atti giudiziari non è ancora chiusa e punta in queste settimane a fare chiarezza sugli appoggi romani sui quali l’Ilva ha potutto contare negli scorsi.

Non si è fatta attendere la risposta del ministro dell’Ambiente Corrado Clini, secondo cui “la decisione della Consulta impegna tutti a proseguire con rigore e rapidità nel programma per il risanamento ambientale dell’Ilva di Taranto: per prima l’agenda e poi tutte le amministrazioni pubbliche, compreso il Ministero dell’Ambiente”. Poi lo slogan: “La sfida della compatibilità tra salute, ambiente e lavoro si può vincere e ha bisogno del contributo leale e dell’impegno di tutti”. Di tutt’altro parere il presidente dei Verdi Angelo Bonelli, che si è detto “addolorato per la decisione della Corte Costituzionale e preoccupato e angosciato per il futuro dei cittadini di Taranto”.

Con la decisione di oggi, infine, la vicenda del siderurgico di Taranto arriva al suo primo epilogo ‘romano’. Tutto è iniziato lo scorso luglio, quando i magistrati di Taranto hanno disposto il sequestro di parte degli impianti e dei beni prodotti dallo stabilimento tarantino. Il governo e il parlamento hanno risposto con la legge ‘salva Ilva’, superando il provvedimento della magistratura ionica per evitare il blocco dell’attività del siderurgico. Queste le principali tappe della vicenda.

– 26 luglio 2012: su richiesta della Procura, il gip di Taranto dispone il sequestro preventivo, senza facoltà d’uso, degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva, nominando quattro custodi giudiziari. Otto le persone arrestate, tra le quali Emilio Riva, il figlio Nicola e l’ex direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso.

– 26 novembre 2012: scatta una seconda ondata di arresti sulla base dell’inchiesta per disastro ambientale e di un’altra parallela chiamata ‘Ambiente svendutò. Sei le persone arrestate. Il gip fa sequestrare il prodotto finito e semilavorato giacente sulle banchine perchè ottenuto utilizzando gli impianti che erano sotto sequestro (1,8 mln di tonnellate di acciaio per un valore di un miliardo di euro).

– 3 dicembre 2012: il governo emana il decreto legge 207 che autorizza l’Ilva a produrre e reimmette l’azienda nel possesso dei beni, nonostante i decreti di sequestro.

– 5 dicembre: la Procura restituisce gli impianti ma dà parere negativo sulla restituzione dei prodotti e rimanda la decisione al gip.

– 11 dicembre 2012: il gip Todisco rigetta l’istanza di dissequestro dell’Ilva, la merce sulle banchine non può essere movimentata.

– 20 dicembre 2012: il decreto legge del 3 dicembre viene convertito con modificazioni nella legge 231 cosiddetta ‘salva Ilvà che entrerà in vigore il 4 gennaio successivo. L’Ilva viene autorizzata a commercializzare i prodotti finiti e semilavorati che erano stati posti sotto sequestro.

 – 31 dicembre 2012: viene depositato alla Consulta il ricorso della procura di Taranto per conflitto di attribuzione nei confronti del governo sul decreto poi convertito nella legge 231. Successivamente la procura presenta ricorso per conflitto di attribuzione anche contro la legge di conversione.

– 15 gennaio 2013: i giudici del Tribunale di Taranto sollevano dubbi di costituzionalità sulla legge e in particolare sull’art.3 che consente all’Ilva di commercializzare i prodotti finiti e semilavorati posti sotto sequestro.

– 22 gennaio 2013: anche il gip del Tribunale di Taranto, accogliendo la richiesta della Procura, solleva la questione di legittimità costituzionale della legge 231 ‘Salva Ilvà e invia gli atti alla Consulta. In particolare, dice il gip, con gli articoli 1 e 3, la legge si pone “in stridente contrasto con il principio costituzionale della separazione tra i poteri dello Stato”.

– 13 feb 2013: La Consulta giudica non ammissibili i due ricorsi sul conflitto di attribuzione presentati dalla procura in quanto superati dalla questione di illegittimità costituzionale sulla legge posta prima dal Tribunale e poi dal gip.

– 9 aprile 2013: la Consulta decide sulle due questioni di illegittimità.