Si rallegreranno che per la prima volta c’è un governo dove la presenza femminile è forte, dove c’è anche un ministro di colore all’integrazione (Cecile Kyenge) e dove, alla fine, si è riusciti a mettere due personalità di indubbio peso come Fabrizio Saccomanni ed Emma Bonino rispettivamente all’Economia e agli Esteri. Ma sono solo alcune luci (poche, pochissime) rispetto alle (molte, troppe) ombre di un esecutivo dove i ministeri chiave sono tutti in mano a tecnici o al Pdl. Insomma, un governo saldamente nella disponibilità di Berlusconi che potrà decidere, senza grosso rimpianto, di mandarlo all’aria quando più gli converrà. A breve, forse.

La declinazione del peso specifico delle poltrone, d’altra parte, appare chiaramente sbilanciata verso il centrodestra: Alfano all’Interno (quindi con in mano il controllo della macchina elettorale, dei Servizi e dell’ordine pubblico) ma anche vicepremier, Beatrice Lorenzin alla Salute (una nomina che fa tremare i polsi), Maurizio Lupi alle Infrastrutture e Anna Maria Bernini alle politiche comunitarie. Ma, soprattutto, Gaetano Quagliariello, uomo di punta di palazzo Grazioli, alle Riforme, dunque anche a quella della giustizia e a quella elettorale, entrambe considerate urgenti, che quindi si può immaginare in quale direzione saranno incardinate. Ciliegina sulla panna, Nunzia De Girolamo, moglie di Francesco Boccia, fedelissimo di Enrico Letta, ma anche ancella fedele di “Vedrò”, l’altro laboratorio politico del neo premier, all’Agricoltura. Parlare d’inciucio appare riduttivo: questo è un governo più che ad alta densità politica, ad altissima densità berlusconiana. E meno male che Letta, in tempi non sospetti, aveva detto “mai al governo con Berlusconi”.

Ai tecnici, si diceva, gli altri ministeri di “trincea” dell’immediato futuro. E dove s’intravede, più che l’inventiva di Letta, la responsabilità di Napolitano. La Cancellieri spostata alla Giustizia, per esempio, dopo il rischio – rimasto tale fino all’ultimo minuto – di una possibile investitura di Michele Vietti, vice presidente del Csm, con tutto il suo pesante curriculum politico. Quindi la Carrozza all’Istruzione, senz’altro una scelta illuminata dopo il rischio (anche questo, schivato di un pelo) di ritrovarsi con la devastante Maria Stella Gelmini in un secondo round che sarebbe stato esiziale per il dicastero di viale Trastevere. In ultimo, Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, al Welfare. Dove, sicuramente, dovrà rimettere mano ai danni fatti dalla Fornero, ma Napolitano aveva apprezzato il suo lavoro nella commissione dei “saggi”, dunque una nomina con una firma in calce molto chiara.

Il Pd, in questo scenario, appare all’angolo, schiacciato dalla prepotenza del Pdl, dei tecnici e dei montiani, che incassano Mario Mauro alla Difesa, l’ex ministro Patroni Griffi come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giampiero D’Alia alla Pubblica Amministrazione, Moavero Milanesi agli Affari Europei. Per non parlare della stessa Cancellieri che può essere tranquillamente collocata anche in quota Monti. Enrico Letta, insomma, ha asfaltato il suo stesso partito lanciando solo un sindaco vicino a Piero Fassino come Flavio Zanonato (che è un cattocomunista della prima ora) in un ruolo così delicato come quello di ministro dello Sviluppo Economico, sotto la cui egida ricade anche la delicata branca delle Telecomunicazioni (che Berlusconi avrebbe voluto spacchettare, stavolta senza successo). Quindi il sociologo dalemiano Bray alla Cultura, Andrea Orlando all’Ambiente, l’olimpionica Josefa Idem alle Pari Opportunità e Graziano Delrio dall’Anci (dove adesso andrà sicuramente Matteo Renzi) agli Affari Regionali. Al povero Franceschini la gatta da pelare dei rapporti con il Parlamento. Che in questa fase saranno più turbolenti del solito, con grillini e Sel schierati su una linea di opposizione decisamente dura. E ora forse anche di più.

Insomma, un governo in mano a Berlusconi, che rappresenta una scommessa ad alto rischio ma che, nell’ottica del presunto rinnovamento del sistema, lascia libere anche un sacco di altre poltrone che andranno poi ripartite secondo il nuovo manuale del neo inciucio Pd-Pdl. Enrico Giovannini lascia infatti la presidenza dell’Istat, Saccomanni quella di direttore generale di Bankitalia, Zanonato quella di sindaco di Padova (un assist alla Lega per farsi votare la fiducia?), Lupi la vicepresidenza della Camera, Mauro la poltrona di capogruppo montiano al Senato. Ci sarà di più, nei prossimi giorni, quando saranno piazzati anche i nomi del sottogoverno, sottosegretari e viceministri che in molti casi andranno a blindare posizioni politiche già conquistate con questa divisione sbilanciata dei ministeri. In totale, alla fine, il corpo governativo arriverà a circa 100 persone (21 sono i ministri, tra sottosegretari e vice ci saranno almeno altre 70 nomine da fare) e di sicuro anche sul fronte del risparmio ai costi della politica, il governo Letta non ha dato un grande segnale. Ma questo è certo il minor male. Di peggio c’è il resto. Che Berlusconi è il premier ombra di un governo presieduto dal nipote del suo migliore scudiero e con i ministeri chiave sotto il suo stretto controllo. Insomma, benvenuti nel quinto governo del Cavaliere, che da vero gattopardo è riuscito a restare al potere facendo finta di lasciarlo ad altri. E quali altri..