Una piccola precisazione su un tema che non tutti sono tenuti a conoscere. La legge sulla parità (62/2000) ha previsto all’art. 1 che «Il sistema nazionale di istruzione (…) è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali». Questo significa, cioè, che il sistema di istruzione nazionale prevede scuole pubbliche in quanto statali, scuole pubbliche in quanto comunali e scuole private paritarie. La seconda e la terza categoria costituiscono l’insieme delle scuole paritarie che – è bene ribadirlo – comprende quindi una parte pubblica. Nel corso degli anni e con la normativa seguente, alle scuole paritarie sono stati erogati fondi erariali. Il rapporto tra le 3 diverse tipologie è particolarmente significativo per quanto riguarda la scuola dell’infanzia, che registra un 18,5% – rispetto al totale delle scuole paritarie – di scuole comunali. In tutti gli altri ordini di scuola le paritarie sono prevalentemente a carattere privato e confessionale.

Cosa hanno pensato di fare a BolognaIl comitato Art.33 ha raccolto le firme per proporre agli elettori il seguente quesito referendario: “Quale fra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali che vengono erogate secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole d’infanzia paritarie a gestione privata ritieni più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola dell’infanzia?

a) utilizzarle per le scuole comunali e statali
b) utilizzarle per le scuole paritarie private

Ai cittadini bolognesi si chiede dunque di pronunciarsi in merito alla possibilità di riservare le risorse finanziarie del comune destinate alla scuola paritaria dell’infanzia o alla scuola pubblica (statale e comunale) o a quella privata, chiarendo una volta per tutte l’ambiguità configurata da quella legge. Una scelta di campo netta e inequivocabile. Un voto favorevole alle scuole pubbliche – oltre che ribadire il principio della laicità della scuola, dell’uguaglianza dei cittadini, della libertà di insegnamento e di scelta da parte delle famiglie – eviterebbe che i bimbi rimasti fuori dalla scuola statale e da quella comunale debbano rivolgersi alla paritaria privata. Alle famiglie non sarebbe imposto il pagamento di rette spesso non determinate da una libera scelta, ma da una necessità; e, ancor più, non si troverebbero costrette ad imporre ai propri figli – sovente, ancora, per necessità- una educazione confessionale.

Di quest’ultimo aspetto non possiamo non curarci. Leggo i dati pubblicati dal Messaggero di S. Antonio qualche mese fa.Le paritarie sono in tutto 13.500, di cui circa 9 mila cattoliche o di ispirazione cristiana, frequentate da 727 mila studenti (Centro studi per la scuola cattolica della Cei). Spiccano per numero le scuole dell’infanzia, con 6.610 istituti e 443 mila allievi. Vale a dire che in Italia due bambini dai 3 ai 6 anni su cinque scelgono la scuola dell’infanzia cattolica (in alcune zone, come il Veneto, sono quasi due su tre). Che sia sempre una “scelta”, come si diceva, è opinabile: sappiamo come la frequenza o meno della scuola dell’infanzia corrisponda per molte famiglie alla possibilità o meno per la madre di lavorare. L’obiezione opposta spesso dal Pd (che della legge di parità – si chiamava allora Ulivo – fu l’artefice nel lontano 2000) a coloro che continuano a denunciare l’incoerenza di quella norma rispetto al comma 3 dell’art. 33 della Costituzione (“Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”) che essa consente agli asili comunali di ricevere sovvenzioni statali, è strumentale. Dal momento che – come si diceva – le scuole dell’infanzia paritarie pubbliche (perché comunali) costituiscono una evidente minoranza rispetto alle private, che come quelle ricevono finanziamenti dalle nostre tasse. Peraltro il “senza oneri per lo Stato” non riguarda le scuole comunali, che – in quanto tali – sono scuole pubbliche.

C’è da aggiungere, inoltre, che al comma 2 dello stesso art. 33 la Costituzione recita: La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Lo Stato dovrebbe dunque provvedere a mettere tutti i suoi cittadini nella condizione di frequentare la propria scuola, laica, pluralista, inclusiva. Chi decide altrimenti è libero di farlo, ma senza gravare sull’erario pubblico. La scuola di tutti ha molti limiti (ancor più dopo i tagli draconiani che l’hanno colpita), ma continua ad essere l’unica scelta coerente e garantita per chi voglia praticare la cittadinanza e il pluralismo culturale per sé e per i propri figli.

Il referendum di Bologna apre una strada che sollecita bolognesi o no. Interpella bisogni concreti e questioni di principio, denuncia ineguaglianze, e soprattutto individua soluzioni. Restituisce centralità a un tema, quello della laicità, che non ha mai smesso di suscitare dibattito, passione, energie culturali. Il 26 maggio potrebbe segnare la vittoria della scuola pubblica e tracciare un percorso di riflessione e di azione replicabile altrove. È per questo che si tratta di una data importantissima, di un appuntamento da seguire con il fiato sospeso. Di un risveglio di spinta democratica che rappresenta una boccata di ossigeno per un Paese sfinito dall’inerzia e dall’assuefazione al peggio.