Insomma, dobbiamo tenercelo fino a data da destinarsi. Nel clima generale di disorientamento e perplessità, di anomalia e disarticolazione del sistema, un’altra pessima notizia: il ministro Profumo continuerà.

Salutato con un’accoglienza a dir poco festosa (sobrietà e competenza contro approssimazione e arroganza, questo sembrò il passaggio di testimone con l’indimenticabile Gelmini, autrice materiale – le “menti” erano Tremonti e Brunetta – di uno dei più catastrofici interventi su scuola e università, altrimenti detto “riforma”) Profumo ci ha messo pochissimo non dico a far rimpiangere la precedente amministrazione (sarebbe davvero stato troppo); ma, almeno, a farci capire che – sebbene lo stile fosse cambiato – la sostanza rimaneva immutabile.

Il governo Monti si insedia il 16 novembre del 2011. Il seguente 22 dicembre, Profumo partecipa ad un forum di “Repubblica”, dove annuncia il seguente programma: gestione di un miliardo e trecento milioni di fondi europei per le scuole del Sud; prossima pubblicazione della sempre promessa e mai realizzata Anagrafe dell’Edilizia Scolastica (si ricorda che a tutt’oggi oltre il 60% degli edifici scolastici è a rischio); Innovazione e Scuola 2.0: classi digitali e banda larga negli istituti, con incremento delle Lavagne Interattive Multimediali; Matematica e laboratori di scienze; attuazione dopo anni di mora di concorsi pubblici per i docenti; ascolto degli studenti che da 2 anni scendono in piazza (ascolto di cui è stato dato un saggio eloquente con le manganellate della manifestazione del 16 novembre scorso); rivalutazione dell’immagine dei professori, depressa “dalle recenti scelte politiche e culturali” (nell’autunno dell’anno successivo questa intenzione si tradurrà nella  bomba “24 ore”, per ora disinnescata; il ministro si farà promotore di una proposta indecente: aumento di 6 ore di lezione frontale a settimana senza riconoscimento salariale); valutazione. Compresa rapidamente, forse (o forse no), l’impossibilità di tener fede a questi annunci, Profumo si dedica – nella prima fase del suo mandato – intensivamente a due punti: l’innovazione tecnologica (che si concretizza, come vedremo, in una serie di promesse mai realizzate, configurando un vero e proprio stile, la Demagogia 2.0) e il concorso. Mentre si susseguono gli annunci 2.0, mai avvalorati dai fatti, nell’estate prendono definitivamente corpo 2 provvedimenti.

Il primo: la spending review, DL 95/12.  In coerenza con i tagli lineari della gestione Gelmini, sono sottratti alla scuola 15mila posti e 360 milioni, colpendo in particolare gli elementi più deboli del sistema: i docenti inidonei all’insegnamento per ragioni di salute e coloro che sono andati in soprannumero per effetto della riduzione degli orari, che verranno assegnati a compiti definiti unilateralmente, senza confronto in sede contrattuale. A tutto ciò si aggiunge la drastica riduzione delle supplenze per docenti, personale amministrativo, collaboratori scolastici. Si annuncia infine trionfalmente che “A decorrere dall’anno scolastico 2012/2013 le istituzioni scolastiche e i docenti adottano registri on line e inviano le comunicazioni agli alunni e alle famiglie in formato elettronico”. La previsione innesca la consueta grancassa mediale, ma è subito smentita dai fatti, tanto che già all’inizio di Ottobre, una nota del Dipartimento Per la programmazione e la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali deve mestamente ammettere di aver messo il carro davanti ai buoi: “L’anno scolastico appena iniziato rappresenta un periodo di transizione durante il quale le scuole dovranno attivarsi per realizzare al meglio il cambiamento”.

Più o meno contestualmente è emanato il bando di concorso, annunciato come il più clamoroso “largo ai giovani” degli ultimi decenni. In realtà fanno domanda coloro che sono in possesso dell’abilitazione, quindi che abbiano portato a termine la Siss o che addirittura siano vincitori del precedente concorso del ’99. Sempre in realtà, vengono messi a concorso una parte dei posti destinati al turn over, 11.452, per gli a. s. 2013/14 e 2014/15. I candidati, spesso in cattedra da diversi anni e muniti di titoli culturali e scientifici, vengono sottoposti ad un’umiliante preselezione sotto forma di test, ad assecondare la quiz-mania, altro connotato del mandato Profumo.

Il 12 settembre 2012 una dichiarazione del ministro si allinea con i proclami primaverili in salsa 2.0: “Un piano per 30 milioni di euro. Un tablet per ogni insegnante del Sud. Messe in campo risorse: 24 milioni di euro per i computer in ogni classe scuole secondarie di I e II grado”. L’8 ottobre Profumo rincara la dose: ”Un tablet per ogni studente entro quest’anno”. Dispositivi tecnologici – per docenti e studenti – di cui non c’è tuttora traccia nelle scuole italiane. E poco importa, considerando le ben più significative emergenze– prima tra tutte, l’edilizia scolastica – di cui la nostra scuola soffre. E la consapevolezza che non sarà confidando nel dispositivo digitale che risolveremo i problemi della dispersione, le carenze in lettura e scrittura dei quindicenni alfabetizzati, la inadeguatezza della scuola a costruire oggi risposte convincenti e significative sul cosa, come e perché studiare.

Mentre prometteva tecnologia e minacciava 24 ore di lezione per gli insegnanti, Profumo dimenticava di assumere una posizione inequivocabile di ricerca della verità sul vergognoso caso delle Pillole del sapere, conferma dell’italica scarsa attitudine alla trasparenza amministrativa e perfino culturale.

Dicembre 2012: scioglimento delle Camere e annuncio delle elezioni di febbraio. Il Governo Monti è chiamato a svolgere funzioni di “disbrigo degli affari correnti”. Ma è proprio in quest’ultimo scorcio di mandato che Profumo sfodera un’insospettata grinta da fondista, allungando inaspettatamente nel finale e producendo – nonostante l’inerzia precedente, i tempi incongrui e persino la sconfessione della credibilità del governo, non premiato dalle urne, sebbene rivitalizzato dal Presidente Napolitano negli ultimi giorni- una serie di interventi determinanti su temi “caldi” e oggetto di discussioni e contrasti, che avrebbero necessitato di ben altri riflessione, ascolto, mediazione.

Innanzitutto il dpr sulla valutazione, che affida la valutazione stessa ad un organismo l’Invalsi, che è di emanazione ministeriale, nonostante sia definito indipendente: l’indipendenza non deriva infatti dalla definizione normativa, ma dal modo con cui si è nominati e dalle garanzie di autonomia nello svolgimento dell’attività; oppure a funzionari ministeriali (ancorché esperti e non amministrativi) come gli ispettori tecnici, che comunque dipendono dal ministro. Ogni garanzia di imparzialità e di una valutazione terza è ontologicamente negata, configurando, al contempo, una forma pesante e subdola di condizionamento e limitazione della libertà di insegnamento, che piegherà modalità e pratiche didattiche al raggiungimento dell’obiettivo: dalla creazione di cittadini consapevoli a risolutori di quiz.

La questione annunciata della conversione dei docenti inidonei in personale Ata anticipata dalla spending review, è stata decretata dal governo dell’ordinaria amministrazione negli ultimi giorni. Un recentissimo decreto ministeriale, infine, ha forzato la mano sull’introduzione dei libri di testo digitali. Molto critico Marco Guastavigna, insegnante esperto nell’uso delle tecnologie nella scuola: “Questa accelerazione fa notizia, ma non è una buona notizia. Essa infatti genererà fretta negli addetti ai lavori, che non sapranno concepire e realizzare prodotti culturali davvero innovativi, capaci di utilizzare la dimensione digitale per incrementate l’efficacia della mediazione didattica e di integrarsi nel contesto scolastico senza promettere fumose e insostenibile rotture epistemologiche e professionali”.

Ancora più netto Giorgio Israel, che accusa Profumo di atteggiamento irresponsabile, “perché le scuole sono allo stremo e, in assenza di reti wi-fi a banda larga, la digitalizzazione dei testi si trasformerà in una buffonata epocale; perché i tempi imposti non permettono di determinare standard unificati dal punto di vista informatico e soprattutto di creare testi di qualità (ma a lui cosa importa dei contenuti?); e perché questa operazione farà crollare l’impiego nel settore dell’editoria scolastica, il che non è una bella idea coi tempi che corrono”.