Rimborsi elettorali sì, rimborsi elettorali no? È il dilemma amletico che attraversa l’animo di tanti elettori del Partito Democratico. Sferzato com’è, ormai quotidianamente, dalle bordate di Grillo e Renzi, che sfidano Bersani sulla rinuncia al finanziamento pubblico.

Una cosa deve essere chiara: senza i rimborsi il Pd collasserebbe. Lo sa bene Beppe Grillo. Ma ne è perfettamente consapevole anche Matteo Renzi. Il quale, nel chiedere insistentemente di fare a meno dei circa 45 milioni di rimborsi previsti per quest’anno, mira appunto a rottamare un modello organizzativo. E con esso l’apparato su cui è imperniato e che ha fino ad ora garantito lunga vita ad una oligarchia autoreferenziale. Capace – questa l’accusa dei renziani – di autoconservarsi e di inanellare, negli ultimi 20 anni, pochi successi e tante sconfitte. Come quella di 2 settimane fa.

Renzi dunque punta soprattutto a usare il tema del finanziamento pubblico per accelerare la chiusura, dentro il Pd, di una stagione politica. Ciò, prima ancora di tentare di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda degli elettori, ormai quasi unanimemente persuasi, che la politica si debba autofinanziare.

Il Pd, privato da subito del finanziamento pubblico, sarebbe in effetti incapace di affrontare a tappe forzate una necessaria mutazione genetica, prima ancora che organizzativa. E il partito ancora troppo poco “liquido”, fatto di tanti funzionari e dirigenti, di uffici stampa, di centinaia di sedi ed appendici, si scioglierebbe come neve al sole.

Basta visionare il bilancio 2011 per capirlo.

Tolti i 57 milioni di euro di rimborsi elettorali, l’autofinanziamento rappresenta appena l’8,8 per cento. Che è l’equivalente di 5,5 milioni, provenienti in netta prevalenza dagli eletti. Una somma, questa, che sarebbe sufficiente per far fronte a poco più di un terzo dei circa 15 milioni di esborso per i 200 dipendenti ed i consulenti esterni, di cui si avvale il Pd.

Senza i rimborsi il partito fondato da Veltroni dovrebbe dire addio alla sua sede nazionale, per la quale nel 2011 ha speso ben 3,5 milioni di euro. La scure conseguente l’assenza di una cifra variabile tra 50 e 60 milioni di euro ogni anno, si abbatterebbe poi su una serie di costi. Come ad esempio quelli per le prestazioni rese da Youdem – la web tv guidata dalla bersaniana doc Chiara Geloni – che nel solo 2011 ha maturato crediti verso il Pd per 405 mila euro. O le spese per trasferte, alberghi, ristoranti, rimborsi spese, automezzi, che hanno pesato per 2,7 milioni di euro.

Il Pd, privo di finanziamento, forse non riuscirebbe nemmeno a far arrivare nelle case degli italiani i propri strumenti di informazione e propaganda, che, al costo di circa 2 milioni di euro, viaggiano soprattutto con posta ordinaria. Ma il partito guidato da Pierluigi Bersani dovrebbe pure dare una netta sforbiciata ai 15 milioni di euro che mediamente ogni anno sborsa per le campagne elettorali e più in generale per fare comunicazione politica.

C’è un aspetto, più di ogni altro, che impedisce a Bersani di inserire tra i suoi 8 punti programmatici l’abolizione dei rimborsi: la certezza che, una volta azzerati i contributi pubblici, dovrebbe essere chiusa gran parte delle sedi locali. Strumento di presidio territoriale per eccellenza, le sedi regionali e provinciali assorbono infatti 13,5 milioni di euro. Ossia una cifra 2,5 volte superiore alle succitate erogazioni degli eletti.

Tutto ciò insomma per dire che il Pd, dovendo rinunciare già da quest’anno ai rimborsi elettorali, non farebbe in tempo ad approdare ad un modello di partito “leggero”. Perché sarebbe certamente destinato a liquefarsi.