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Com’è triste Venezia per il Campo largo. La destra trionfa con la linea “dura e pura” su sicurezza e immigrazione (anche se governa da 11 anni)

Nonostante gli scandali giudiziari e la lunga gestione della città Lega, Fdi e Fi riescono a mantenere la giunta al primo turno. Il centrosinistra riesce nell'impresa di ribaltare i sondaggi che lo davano favorito. Gli interrogativi sulla scelta del candidato Martella, dalla lunga esperienza negli apparati di partito
Com’è triste Venezia per il Campo largo. La destra trionfa con la linea “dura e pura” su sicurezza e immigrazione (anche se governa da 11 anni)
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Ugo Bergamo, che fu sindaco di Venezia dal 1990 al 1993, nell’epoca in cui Tangentopoli scardinò la Prima Repubblica, ha uno sguardo lungo sulla politica. E quando arrivano i primi exit poll, a chi gli chiede che cosa possa aver cambiato la predizione dei sondaggi e le aspettative del centrosinistra di tornare a governare Venezia, confida: “Tra gli elementi della campagna elettorale, il centrodestra ha puntato molto il dito contro la candidatura, da parte del campo largo, di sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre. Sicuramente può avere influito, si è molto aizzato una reazione della gente rispetto a una legittima aspettativa di chi vive in città e che non può essere considerato invisibile”. A Venezia, che pure nei secoli lontani trafficava, dialogava e guerreggiava con l’Oriente, è accaduto: “Soffiare sul fuoco paga, magari nel breve periodo, ma alla lunga forse non è la scelta vincente”.

Che il centrodestra avesse deciso di schierare le truppe anti-immigrati lo si era capito con la calata in città, un paio di mesi fa, dell’eurodeputata leghista Annamaria Cisint, pronta a lanciare anatemi contro il luogo di culto che i bengalesi vorrebbero costruire a ridosso della stazione ferroviaria. Ci aveva poi pensato Matteo Salvini ad alzare il livello dello scontro. “Baby gang, maranza, locali abusivamente occupati come pseudo luoghi di culto sono temi importanti e portare più poliziotti, più carabinieri, più telecamere, in realtà come Mestre è fondamentale”. Infatti il ministro Matteo Piantedosi era arrivato in laguna per annunciare l’arrivo di nuove forze dell’ordine. Notoriamente attento alle ragioni della fede, Salvini aveva rincarato: “Bene ha fatto il Comune a chiudere non luoghi di culto, ma luoghi occupati e utilizzati abusivamente e illegalmente. Non c’è qualcuno che nel nome del suo Dio può fregarsene delle leggi, dei regolamenti, dei vincoli. Quindi i luoghi di culto, come tutti gli altri esercizi, devono rispettare le leggi e se non le rispettano chiudono”.

La linea dettata dalla destra ha mietuto consensi, nonostante, e forse anche a causa del peso che la comunità straniera più numerosa (circa 15mila persone) conta tra Mestre e Venezia, attratta non solo dal lavoro nei cantieri del porto, ma anche dalle attività occupazionali legate al turismo nel centro storico. Nella guerra santa contro arabi e musulmani sono state usate tutte le rami. La critica alla voglia di partecipazione dei bengalesi, che hanno spiegato pubblicamente come non potessero più essere considerati cittadini politicamente inesistenti. L’apparizione di volantini elettorali in bengalese e i richiami ad Allah. Le etichette di “partito teocratico” rivolte al Pd che ha candidato il segretario regionale Andrea Martella contro l’assessore uscente Simone Venturini, un fedelissimo di Luigi Brugnaro, che sui manifesti si è fatto sponsorizzare dalla foto di Giorgia Meloni. Ad urne aperte, l’entusiasmo di qualche asiatico, che al di fuori di una scuola indicava il seggio ai propri concittadini, ha portato ulteriore acqua al mulino della paura.

Paradossalmente se a Venezia e Mestre si percepisce un clima di maggiore insicurezza, il governo della città è stato gestito negli ultimi undici anni dal centrodestra. Avrebbe dovuto pagarne il conto, invece i risultati deludenti in termini di sicurezza hanno addirittura enfatizzato il successo della maggioranza uscente, grazie all’effetto risonanza della paura. Non è però l’unica ragione che spiega il fallimento della proposta di Martella di dare una svolta dopo la lunghissima gestione di Luigi Brugnaro, il sindaco-imprenditore che ha posto una serie di conflitti d’interesse più grande della Basilica di San Marco. È finito sotto inchiesta (procedimento per corruzione ancora pendente) a causa di un intreccio di affari privati nella gestione pubblica, attraverso una macchina amministrativa infarcita di persone uscite dalla filiera del suo potere economico. Dopo gli scandali delle mazzette del Mose, Venezia sembra aver reagito con assoluta indifferenza alla questione morale posta dalla nuova stagione degli scandali e dall’arresto dell’assessore Renato Boraso, con un capo d’imputazione chilometrico.

Neppure questo contribuisce a spiegare del tutto il restringimento elettorale del “campo larghissimo” che vedeva fuori solo Azione di Carlo Calenda. Un’ora prima che i seggi si chiudessero, nell’entourage di Martella si respirava l’attesa trepida per un successo che si sarebbe potuto materializzare anche al primo turno. Gli exit poll hanno disegnato una realtà specularmente diversa, il che pone qualche interrogativo sulla scelta del candidato di centrosinistra. Politico di lungo corso, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ex dirigente del Partito Democratico della Sinistra, Martella non è riuscito a scrollarsi di dosso l’immagine di una germinazione diretta e ingessata dall’apparato di partito, dai tempi di Walter Veltroni (che lo sposò in Campidoglio) ad oggi. Ha studiato una campagna elettorale che puntava su un’autorevolezza un po’ troppo sicura di sé e dei disastri giudiziari di Brugnaro. Venezia andava ri-conquistata perché il regno del sindaco uscente ha creato una mutazione politica profonda. Il che conferma come anche Venezia si sia omologata rispetto alla tradizione bianca del Veneto, terreno ad appannaggio prima della Democrazia Cristiana, poi di Forza Italia, quindi della Lega, infine di Fratelli d’Italia.

Chi sperava nell’onda lunga del referendum, appena due mesi dopo è rimasto deluso. I “no” erano stati nel Comune di Venezia il 55,13 per cento, uno dei pochi casi in Veneto dove la riforma anti-magistrati aveva attecchito. Non si sono tradotti in una analoga percentuale per il “campo larghissimo”, a dimostrazione che la competizione elettorale è tutta un’altra storia. D’altra parte alle Politiche del 2022 il centrodestra era pur sempre primo a Venezia con il 42,6 per cento, mentre centrosinistra e Cinquestelle erano arrivati al 42,2 per cento. Alle Regionali di novembre il leghista Alberto Stefani ha preso il 47,2 per cento, superato solo di un soffio dal candidato Giovanni Manildo (46,7 per cento). Martella non è riuscito a fare neppure questo, nonostante le sette sigle (Pd, Avs, Cinquestelle, Terra e Acqua, Venezia Riformista, Venezia è tua, Rifondazione Comunista) che lo hanno appoggiato. La sconfitta al primo turno è peggio di un’acqua altissima, non solo una sconfitta elettorale.

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