Bancarotta fraudolenta. E’ questa l’accusa che ha portato all’arresto dell’imprenditore Angelo Rizzoli. L’ordine di custodia cautelare è stato eseguito dalla Guardia di Finanza su disposizione della Procura di Roma, che contesta al produttore televisivo e cinematografico un crac finanziario da 30 milioni di euro. L’ex editore, però, non è stato trasferito in carcere a causa delle sue condizioni di salute: la stessa Procura ha richiesto il ricovero ospedaliero. Nell’ambito dell’inchiesta è stata indagata anche la moglie per lo stesso reato, Melania De Nichilo, deputato Pdl. Sequestrate società e immobili per un valore di 7 milioni, tra cui la casa in cui la donna vive in via Pietro Paolo Rubens, ai Parioli, perché, trattandosi di misura cautelare reale, non è necessaria l’autorizzazione del Parlamento. In ogni caso, il giudice ha consentito l’utilizzo dello stesso immobile da parte della De Nichilo senza alcuna restrizione.

Dalle indagini avviate prima sulle società fallite e poi sulla Rizzoli Audiovisivi in liquidazione è emerso che Rizzoli fosse il ‘dominus’ di queste imprese mentre gli amministratori facevano solo da ‘prestanome’, essendo privi di qualsiasi potere decisionale e percependo per il loro ruolo solo saltuarie remunerazioni dallo stesso imprenditore, che invece incamerava tutti gli utili. Dal 2004 al 2011 Rizzoli avrebbe prelevato dall’Audiovisivi solo a titolo di compenso di amministratore oltre 6 milioni di euro, in controtendenza rispetto all’andamento economico della società e al progressivo aumento della sua esposizione debitoria. Chi indaga ritiene che Rizzoli utilizzasse le società controllate (poi dichiarate fallite) per la produzione in subappalto dalla controllante Rizzoli Audiovisivi di prodotti cinematografici e televisivi, i cui proventi venivano poi incamerati interamente dalla controllante stessa. Quest’ultima ometteva di pagare le fatture delle controllate operative, rendendo le stesse non in grado di far fronte ai debiti assunti nei confronti dei propri fornitori e soprattutto dell’Erario (per oltre 14,5 milioni di euro) e di Inps ed Enpals per oltre 6 milioni di euro. Da qui l’istanza di fallimento presentata da Equitalia. Tra le produzioni televisive realizzate dalle società poi fallite figurano le fiction tv “Capri”, “Il generale Della Rovere”, “Ferrari”, “Cuore”, “Marcinelle” e l’opera cinematografica “Si può fare”. Secondo la Finanza, insomma, Rizzoli ha fatto fallire le societa’ del suo gruppo non per salvaguardare l’equilibrio patrimoniale della holding (peraltro anch’essa in stato di insolvenza), ma per il profitto personale proprio e della sua famiglia, tanto che nel tempo un notevole patrimonio immobiliare (oggi sequestrato) è concentrato nella Gedia srl, amministrata dalla moglie e poi uscita dal gruppo Rizzoli per sottrarsi ai creditori in sede di concordato.